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Torre di Satriano

Basilicata. Torre di Satriano (PZ).
Direzione
Massimo Osanna

Coordinamento attività sul campo
Barbara Serio

Responsabile laboratorio reperti archeologici
Gianclaudio Ferreri

Coordinamento documentazione grafica e topografia
Valeria Discepolo, Daniele Mallardi

Analisi delle coperture, studio terrecotte architettoniche, ricostruzioni 3D
Donato Bruscella, Vincenzo Capozzoli

Analisi paleobotaniche
Donatella Novellis (Lab. di Archebotanica – Univ. del Salento - LE)

Analisi archeometriche
Tonia Giammatteo (in collaborazione con Lab. CNR-IMAA, Tito Scalo - PZ)1

Indagini geomorfologiche
Salvatore Ivo Giano, Francesco Sdao, Cinzia Zotta (DiSGG, UNIBAS)

Indagini geomagnetiche
Mimmo Chianese, Enzo Rizzo, Gregory De Martino (CNR-IMAA, soc. Tomogea)

Nel territorio del Comune di Tito il paesaggio risulta marcatamente segnato dall’altura che si eleva a sud del paese moderno, nota come Torre di Satriano (fig. 1), per la presenza di una torre normanna (fig. 2) che si staglia dalla sommità a dominare con ampia vista, un estesissimo territorio dal profilo particolarmente mosso, posto nel cuore dell’Appennino lucano. La torre è l’elemento maggiormente percepibile – oggi come ieri – della Satrianum medievale, un centro abbandonato nel XV secolo, dopo una vita assai lunga che risale ben più addietro del Medioevo. La sommità del rilievo, una terrazza stretta e allungata circondata da scoscesi pendii, è stato infatti il cuore di un insediamento che ha restituito tracce di frequentazione già nel secondo millennio a.C. e di seguito resti di un abitato complesso a partire dalla fine dell’VIII sec. a.C.
La lunga vita dell’insediamento antico e poi le fortune della città medievale si spiegano con la posizione strategica di Torre di Satriano: il rilievo si dispone tra le due strette vallate parallele del Melandro e del Noce, in stretta connessione con una articolata rete idrografica che fa capo ai fiumi Agri e Basento, e che da origine ad importanti direttrici di transito, che scavalcando i monti, raggiungono le piane costiere del Tirreno, dello Ionio e dell’Adriatico. Ma l’importanza della vicenda umana in questo comprensorio non può non essere ricollegata soprattutto al notevole potenziale del territorio, da punto di vista dello sfruttamento economico. Tutta l’area che circonda la altura, caratterizzata da terreni che si dispiegano tra gli 800 e i 600 metri sul livello del mare, presenta un habitat montano ideale tanto per colture cerealicole e per distese boschive, tanto per la pastorizia.
Il territorio di Torre di Satriano è stato indagato a più riprese nel corso del XX secolo da parte di diverse istituzioni: risalgono agli anni ’60 le ricerche dirette da R. Ross Holloway dell’Università di Princeton, mentre nel biennio 1987/88 nuove indagini sono state dirette da Emanuele Greco per conto dell’Istituto Orientale di Napoli. A partire dal 2000 il sito è stato scelto dall’Università degli studi della Basilicata come luogo per lo svolgimento delle attività sul campo della Scuola di Specializzazione in archeologia di Matera: qui è stata intrapresa una ricerca di archeologia globale diretta da chi scrive in collaborazione con un numeroso gruppo di colleghi e studenti tanto dell’Università degli studi della Basilicata, quanto di altri Atenei, nonché della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata.
Grazie agli scavi e alle indagini di superficie intrapresi negli ultimi anni è possibile oggi comprendere meglio le dinamiche insediative che hanno interessato il territorio nel corso dei secoli. Se ancora poco noto può considerarsi la frequentazione umana più antica, quella dell’età del Bronzo, ben più cospicui sono i dati che riguardano il primo millennio a.C. E’ possibile infatti stabilite che la nascita di un nuovo insiediamento si data alla fine dell’VIII sec. a.C., epoca in cui si data la ripresa di frequentazione dell’area dopo una lunga cesura, I rinvenimenti permettono di ipotizzare un’iniziale strutturazione dello spazio che prevede l’esistenza di piccoli nuclei di villaggio distribuiti tra la sommità dell’altura e le terrazza immediatamente circostanti, una forma di popolamento che caratterizzerà in maniera marcata il paesaggio per tutta l’età arcaica. (fig. 3)
Tra fine VII e VI sec. a.C. si assiste ad un vero e proprio incremento demografico. Se le reiterate indagini hanno portato alla luce nuclei di sepolture di VI-V sec. a.C., tanto sull’altura, quanto sugli ampi plateaux circostanti, le ricognizioni hanno permesso di individuare ben trentanove nuovi siti. Particolarmente significativa la distribuzione spaziale di tali evidenze: gruppi di più siti di addensano infatti a definire veri e propri nuclei insediativi, (fig. 4) posti a non grande distanza uno dall’altro (distanti in genere tra i 200 e i 400 m.), su terrazze naturalmente delimitate e difese da profonde incisioni e salti di quota, servite da sorgenti o bacini idrici, lungo percorsi che confluivano nelle più importanti direttrici di transito del comprensorio.
Con lo sviluppo dell’insediamento si registra dunque l’occupazione delle terrazze meglio posizionate che si dispongono a raggiera lungo tutti i versanti dell’acropoli. Sul versante sud-est, dove si era insediato già un nucleo di VIII sec. a.C., la frequentazione si amplifica in maniera impressionante con la nascita di nuovi numerosi siti e probabilmente con la definizione di un muro di fortificazione (fig. 5). Sul versante est e nord-est vengono progressivamente occupati i terreni in declivio, al di sotto della assai scoscesa parete dell’altura. Si tratta di siti che vengono ad occupare i tavolati più alti di questo versante, distanti al massimo m 500 dalla sommità, separati da un cospicuo salto di quota dai terreni posti immediatamente più a est, i quali dopo la cesura morfologica di una profonda depressione cominciano a riguadagnare quota, salendo progressivamente verso il pendio su cui si dispone il moderno comune di Tito (fig. 6). Sul versante occidentale e sud-occidentale i segmenti si distribuiscono su una fascia equidistante dall’acropoli, su tavolati in lieve pendio verso sud, anche in questo caso separati da un brusco salto di quota dalla vallata stretta e lunga ove si colloca il centro moderno di Satriano di Lucania, vallata che si allunga poi verso Brienza percorsa dall’asse di transito verso la val d’Agri e il vallo di Diano. Sul versante nord e nord-ovest, infine, vengono occupate le ampie terrazze in lieve declivio che occupano tutta la dorsale che si sviluppa verso Savoia di Lucania e la Valle del Melandro.
La ricognizione di superficie condotta in maniera sistematica per 20 km² in tutto il territorio circostane l’altura ha permesso di ricostruire una occupazione capillare dell’area e di constatare che tale struttura policentrica caratterizzerà tutta l’età arcaica e proseguirà senza cambiamenti radicali almeno fino allo scorcio del V sec. a.C. I vari segmenti di abitato individuati risultano composti ognuno da gruppi abbastanza diluiti e limitati di abitazioni, circondati da tombe e distribuiti in un paesaggio agrario e boschivo, in buona parte diverso da quello attuale, che doveva anche determinare delle cesure tra un’abitazione e l’altra. Prendendo avvio dalle indagini non invasive (al survey si sono affiancate prospezioni geo-magnetiche) sono stati così programmati in maniera consapevole una serie di scavi estensivi, in aree diversificate. Le aree sottoposte a scavo stratigrafico sono state poi interessate ad analisi diverse (paleobotaniche, archeozoologiche, archeometriche) che stanno restituendo una quantità notevole di dati che – pur se ancora in via di elaborazione – lasciano intravedere già un quadro straordinario – pur nella ineludibile frammentarietà del dato archeologico (fig. 7).
Lo scavo stratigrafico condotto sul pianoro a sud-est dell’altura ha portato a risultati straordinari. A sud della strada moderna (Saggio VII), che ricalca, o si sviluppa nei pressi, dell’asse di accesso antico all’altura, è stato individuato un edificio orientato nord-ovest/sud-est, a pianta rettangolare absidata, di eccezionali dimensioni (m 22 ca. x 12 ca.; m2 260) (figg. 8-9-10). Costruito intagliando il banco naturale, presenta grosse pietre sbozzate, solo in parte conservate in situ, a delimitarne il perimetro, fungendo da base per un elevato in pisè. All’interno buche per l’alloggiamento di sostegni lignei, foderate con pietre, equidistanti in media 6 m., segnalano la presenza di una fila centrale di pali portanti a sostegno del tetto, da ipotizzare a doppio spiovente e in materiale deperibile. Le due falde dovevano sporgere oltre i muri perimetrali, come mostra la presenza di buche anche all’esterno. Lo spazio interno prevedeva senza dubbio una netta distinzione tra la parte più interna, absidata, e il resto della superficie coperta: la peculiare distribuzione dei manufatti schiacciati dal crollo, concentrati nella parte meridionale dell’edificio con un limite settentrionale ben definito e piuttosto rettilineo, lascia pensare all’esistenza di un tramezzo ligneo. Questo vano era destinato allo stoccaggio di derrate alimentari come documenta la cospicua quantità di grandi contenitori, e soprattutto alla conservazione delle ceramiche da mensa più pregiate (le serie locali a decorazione geometrica e le coppe di importazione greca) (fig. 11). Il focolare è nella parte centrale della casa, delimitato a nord e a sud da due buche per l’alloggiamento di pali lignei funzionali ad un’apertura nel tetto per il tiraggio del fumo. La presenza di fornelli mobili in terracotta e il rinvenimento di una notevole quantità di resti di ossi animali connota questo settore dell’edificio come spazio per la cottura e il consumo dei cibi .
Tale struttura, realizzata alla fine del VII sec. a.C. e distrutta intorno alla metà dello stesso secolo, risulta realizzata su un edificio più antico, che allo stato attuale delle ricerche sembra presentare una planimetria analoga, il quale è stato frequentato nel corso del VII sec. a.C. (ma materiali residui attestano una frequentazione già a partire dalla fine dell’VIII sec. a.C.). Rispetto alla capanna di seconda fase, la struttura più antica presentava nello spazio dell’abside un’ampia fossa destinata verosimilmente alla conservazione di derrate agricole. Tale spazio ipogeo risulta riempito, al momento della realizzazione del nuovo edificio, con materiali della distruzione della struttura più antica; la presenza di diversi frammenti di coppe a filetti rinvenute nel riempimento permettono di fissare bene la cronologia delle due fasi.
Un dato certamente di rilievo è che la struttura non risulta inglobata all’interno di un gruppo di abitazioni, ma appare piuttosto isolata, ubicata com’è, senza altre strutture nelle vicinanze, sul punto più rilevato del plateau, una sorta di crinale che domina ampiamente il paesaggio circostante, un punto visibile da lontano, da entrambi i versanti. Due tombe di fine VII – inizio VI sec. a.C. erano poste nelle immediate vicinanze dell’abside della struttura, mentre altre due, databili nella seconda metà del VI sec. a.C. provengono dal contiguo saggio VIII, a nord della strada moderna. A queste si possono aggiungere le tre tombe individuate da Holloway nello stesso pianoro, poco più a valle verso nord, una di prima metà VI sec. a.C. e le altre di V sec. a.C.. L’ampio arco cronologico coperto dalla tombe, il numero ridotto e l’ubicazione sparsa delle stesse, sembrano rimandare più ad una organizzazione per coppie e piccoli gruppi che a quella di ampi sepolcreti comunitari. Sembra verosimile una organizzazione dello spazio insediativo che non prevede la netta separazione tra luoghi della vita quotidiana e luoghi per le celebrazioni legate alla morte e alla sepoltura.
La grande casa absidata restituisce dunque uno spaccato straordinario della vicenda insediativa di età alto-arcaica: si tratta di una residenza eccezionale, tanto per dimensioni quanto per arredo interno, pertinente ad un personaggio di rango al vertice della comunità locale, che doveva assommare in sé funzioni poliedriche, affiancando alla destinazione abitativa attività politico-religiose di tipo comunitario. Colpisce in particolare la ampia gamma di manufatti matt-painted, che annovera, accanto alle forme per contenere (come ad es. le olle), soprattutto la forma “cantaroide”, a decorazione subgeometrica bicroma, cui spesso si aggiungono decorazioni plastiche. Si tratta senza dubbio della forma potoria per eccellenza nell’ambito dell’area nord-lucana, destinata al consumo di bevande, tra le quali non sembra certo azzardato riconoscere il vino. La presenza di olle, brocche e forme cantaroidi, associate a pochi frammenti di coppe ioniche, pare rimandare in maniera tangibile alla esplicazione di pratiche collettive legate al banchetto. La presenza tra i carporesti di vinaccioli e l’associazione di tali ceramiche con alcuni esemplari di coppe di tipo ionico, rende pressoché certo il consumo del vino all’interno dell’edificio.
La presenza di grandi edifici con zoccolo in pietra e alzato in pisè è confermata a Torre di Satriano arcaica dal rinvenimento di una analoga struttura (ma di dimensioni più ridotte) in un altro dei segmenti di abitato individuati, quello posto presso il versante sud-ovest, non lontano dal punto in cui sgorga la sorgente principale dell’area (dove più tardi si impianterà il santuario lucano). Anche qui è stata portata alla luce una grande abitazione absidata, associata ad alcune tombe di VI sec. a.C. Purtroppo si tratta di una struttura meno conservata della precedente, la quale è stata particolarmente compromessa da fenomeni di smottamento e frane antiche che non hanno preservato né la struttura nel suo complesso, né soprattutto l’arredo interno. La presenza di tombe precedenti (che in questo versante, come anticipato, rimontano già allo scorcio dell’VIII sec. a.C.), coeve e posteriori all’edificio, che sembra aver vissuto tra tardo VII e prima metà del VI sec. a.C., restituisce anche per questo segmento l’immagine di una realtà complessa, sottoposta, nel fluire del tempo e degli aventi, a radicali trasformazioni.
Un’altra area indagata è quella posta sul versante nord-occidentale dell’altura, dove è stato avviato uno scavo stratigrafico in località “necropoli del Perugino” (saggio IX), area già parzialmente indagata dall’Istituto Universitario “Orientale” di Napoli, che aveva qui portato alla luce un gruppo di tombe di VI-V sec.a.C. Le nuove ricerche hanno portato al recupero di altre due tombe e soprattutto nuovi dati riferibili alla vita quotidiana della comunità di età arcaica (fig. 12): si segnala la scoperta di piccola fornace circolare del tipo verticale a fiamma diretta, destinata alla produzione di vasellame (grandi contenitori?), caratterizzata da un breve praefurnium che precede una piccola camera di combustione, scavata nel banco naturale, caratterizzata da due pilastrini posti a sostegno del piano di cottura. A breve distanza una forte depressione colmata da terra e materiale disomogeneo potrebbe corrispondere alla cava di argilla, mente una vicina fossa ovale poteva essere destinata alla decantazione dell’argilla. Particolare rilievo riveste infine un largo canale appena intercettato il quale doveva far defluire le acque meteoriche lungo il pendio verso nord, consentendo allo stesso tempo un costante approvvigionamento di acqua, nell’ambito delle fasi di produzione dei manufatti ceramici. Una volta fuori uso, era stato riempito con terreno contenente abbondanti manufatti, provenienti verosimilmente dal vicino abitato indiziato dai rinvenimenti del survey, a giudicare dalla presenza di grandi contenitori in impasto e di ceramica arcaica
La scoperta senza dubbio più straordinaria è quella della campagna 2008 che ha permesso di portare alla luce un vero è proprio palazzo caratterizzato da una complessa decorazione architettonica e un arredo interno eccezionale. Si tratta di uno scavo appena iniziato e che richiederà ancora molto tempo ma i risultati già ottenuti sono assai rilevanti. Sul versante settentrionale, in una terrazza in declivio immediatamente al di sotto della scoscesa parete dell’altura naturalmente delimitata verso valle da profonde incisioni e salti di quota, non lontano da una copiosa sorgente, le nuove indagini hanno permesso di individuare un edificio eccezionale per dimensioni, tecnica costruttiva e qualità dell’apparato decorativo (fig. 13). La prima fase databile intorno alla metà del VI sec.a.C., l’edificio doveva presentare una pianta, del tipo a megaron, scandita da due vani rettangolari, di diversa dimensione, una sorta di anticamera da cui si accedeva ad una grande sala (fig. 14). E’ assai probabile che esistesse un primo piano, a giudicare dallo spessore dei muri che raggiungono il metro. Il tetto a doppio spiovente presentava almeno sul lato lungo occidentale (l’unico finora dove lo scavo è stato approfondito) sime con gocciolatoi a tubo desistente in disco, sotto le quali correva un fregio figurato continuo, del quale sono state portate alla luce numerose lastre (fig. 15). Si tratta di un fregio pertinente al celebre tipo già noto a Braida di Vaglio, noto come “fregio dei cavalieri”. (fig. 16) L’iconografia del fregio, che risulta scandito modularmente con la ripresa paratattica dello stesso soggetto, risulta composta dalla giustapposizione di due lastre e presenta due guerrieri affrontati in duello alle cui spalle, sono una coppia di cavalli, uno dei quali montato dallo scudiere. La novità rispetto al fregio di Vaglio (fig. 17), sostanzialmente simile per quanto riguarda la lastra di destra è nella lastra di sinistra la cui iconografia è del tutto diversa: il guerriero presenta la variante dello scudo rappresentato non di prospetto ma di profilo e obliquo, alle sue spalle è rappresentato uno cavaliere che cavalca un cavallo lanciato al galoppo, al di sotto del quale è un cane in corsa. Il fregio che presenta nell’iconografia, quanto nello stile un forte influsso corinzio (fig. 18) (anche se la lastra di sinistra ricorda da vicino analoghi motivi dei fregi della Ionia), può essere collocato intorno alla metà del VI sec. a.C., una cronologia che concorda con le sime rinvenute in associazione, nonché con un altro straordinario rinvenimento, una sfinge fittile posta sul coppo di colmo (figg. 19-20). Nella seconda fase l’edificio viene sostanzialmente trasformato e ingrandito e viene realizzato un nuovo tetto decorato questa volta da sime con gocciolatoi a protome leonina, e sormontati da antefisse a palmetta e fiori di loto (fig. 21). La cronologia di questo nuovo palazzo sembra rimandare allo scorcio del VI o all’inizio del V sec. a.C.
Se la grande capanna absidata restituisce dunque l’aspetto e l’organizzazione dello spazio di una dimora elitaria dell’epoca immediatamente precedente quella della “monumentalizzazione” ellenizzante delle case, in questo caso siamo di fronte al palazzo di un capo dell’epoca successiva, quella che si apre alla metà del VI sec. a.C., con l’introduzione di tetti in tegole decorati da terrecotte architettoniche greche.
Tutto questo mondo, caratterizzato verosimilmente da gruppi parentelari distribuiti nei vari segmenti di abitato individuati, dei quali uno è destinato ad eccellere, si avvia verso il tramonto nel corso del V sec. a.C. Qui come altrove nel più ampio comprensorio della Basilicata interna entro lo scadere del V sec.a.C. si dissolve un modus vivendi che interessava il comprensorio da quasi tre secoli. Gli eventi epocali che caratterizzeranno la Magna Grecia tra scorcio del V e IV sec. a.C., ossia con l’emergere di genti di stirpe sabellica, avvieranno un nuovo processo di trasformazione nelle nostre compagini.
A Torre di Satriano i cambiamenti si rendono evidenti solo a partire dai decenni centrali del IV sec. a.C. (fig. 22): nell’area intorno all’altura i vari segmenti individuati dalla ricognizione e tutte le sepolture finora indagate, sembrano interrompersi entro lo scorcio del V sec. a.C. Se in negativo cogliamo in maniera vistosa gli effetti di un fenomeno che va letto nell’ambito delle trasformazioni da attribuire alla “lucanizzazione” dell’entroterra compreso tra coste tirrenica e ionica, ancora poco chiare sono le dinamiche che presiedono a tali trasformazioni radicali. All’esaurirsi dei vari segmenti segue l’inizio di un nuovo ordine, che al momento percepiamo archeologicamente con un certo scarto cronologico. I cambiamenti più vistosi e significativi nell’insediamento, come del resto in tutto il comprensorio, si registrano come anticipato soprattutto a partire dai decenni centrali del IV sec. a.C.
Rispetto alla polverizzata maniera arcaica di vivere insieme si predilige ora un insediamento più compatto, centrato sull’altura stessa e sulle sue pendici. Qui sembra ospitato un settore rilevante dell’abitato, il quale verrà racchiuso, probabilmente nell’avanzato IV sec. a.C. da un imponente muro di fortificazione (fig. 23).
Nel territorio le nuove indagini topografiche evidenziano la nascita, soprattutto nelle zone più distanti dall’altura, di numerosi siti, ben ventidue, che, per la maggior parte, sembrano esaurirsi tra seconda metà del III sec. a.C. e inizi del II sec. a.C. Si tratta solitamente di siti non particolarmente estesi, che restituiscono materiali laterizi, ceramica comune e da mensa, spesso associata con pesi da telaio, i quali sembrano riferirsi a piccoli nuclei rurali, probabilmente singole fattorie. Siamo di fronte, dunque, ad un modello che non prevede una semplice capillare distribuzione dell’insediamento in un territorio privo di polo centrale, ma di una maniera di abitare più vicina a quella nota contemporaneamente nel mondo coloniale (con tutte le dovute differenze politiche e sociali), dove ad un polo principale, perno del sistema, si contrappone un abitato disperso, scandito da singole fattorie mono-familiari.
Tra le trasformazioni più significative che interessano ora il territorio di Torre di Satriano in epoca lucana, va segnalato l’impiantarsi di un luogo sacro (fig. 24). La scelta del luogo non è certo casuale: lo spazio sacro è impiantato in una zona caratterizzata dalla presenza di un asse viario “naturale” di collegamento (noto in epoca moderna come “trazzera degli stranieri”), il quale sarà percorso a lungo dalle vie stagionali della transumanza e inoltre dall’esistenza di: una sorgente nei pressi la quale da origine ad un piccolo torrente che borda il santuario.
In un paesaggio, dunque, fortemente segnato dall’elemento liquido, si viene ad impiantare un santuario la cui organizzazione dello spazio è caratteristica per il mondo lucano: il fulcro dello spazio è un edificio quadrato perfettamente orientato e aperto a est, coperto da un tetto a doppio spiovente, il quale è posto all’interno di un recinto quadrato in muratura. Le architetture sono definite in piedi oschi: l’oikos risulta grosso modo16 x 16 piedi, mentre il recinto presenta la dimensione di 48 x 48 piedi, risultando ampio tre volte rispetto all’edificio quadrato contenuto all’interno. Il santuario ha restituito una ricca serie di manufatti, sia ex-voto (come terracotte figurate, oggetti di ornamento e armi) sia oggetti rituali usati durante le cerimonie (brucia-profumi, ceramica da mensa).
Riguardo alle fasi conclusive di questa nuova vicenda insediativa, al momento è difficile stabilire quando il centro e il suo santuario terminino di essere frequentati. Dell’insediamento invece, a giudicare dai vecchi scavi su Holloway sulla parte alta del rilievo, sembrano sparire completamente le tracce già nel II sec. Nel santuario la frequentazione sembra invece proseguire anche se in forme del tutto ridotte rispetto all’epoca precedente: pochi materiali di II sec.a.C. attestano la presenza di genti dello spazio sacro. Un certo revival si avverte tra i primi decenni del I sec. a.C. e il I sec. d.C., quando il santuario darà definitivamente abbandonato.
Nel territorio i segni di trasformazione sono ancora più drastici: pressoché tutti i siti documentati per il III sec. a.C. risultano abbandonati. La scomparsa del centro trova riscontro nel territorio, non più occupato dalle piccole fattorie monofamiliari. Della miriade di siti individuati nella ricognizione del resti solo undici sono databili con certezza tra I sec. a.C. e IV sec. d.C., e di questi solo un paio documentano una frequentazione già di IV sec.a.C. e sembrano sopravvivere in età tardo-repubblicana
La scomparsa dell’insediamento ha evidentemente come contraccolpo il rarefarsi delle attestazioni riferibili al sacro, e la scomparsa quasi totale di quasi tutte le fattorie che scandivano il territorio.
I dati reperiti nelle indagini possono essere letti in parallelo con quanto sappiamo delle vicende che hanno interessato la regione a partire dall’epoca successiva alla guerra tra Roma e Annibale. L’abbandono del sito va certamente letto all’interno delle trasformazioni cui andrà incontro tutto il comprensorio regionale in seguito alla guerra annibalica, che per molte compagini del territorio lucano significhera il collasso definitivo.
Nel corso del II sec. a.C. del resto, un nuovo centro si struttura nel territorio, Potentia, un polo urbano, sul modello delle città romane, destinato a condizionare in maniera tangibile tutta l’area centro-occidentale della regione.
La sopravvivenza in questo nuovo contesto del santuario, pur se attraverso radicali trasformazioni, evidenti soprattutto nel regime delle offerte, si spiega con il permanere vivo della memoria della sacralità del luogo (vicino ad una sorgente e ad una strada che continuano ad essere frequentati). Tale sopravvivenza si spiega forse con il permanere nel territorio di nuclei rurali, e con la parallela presenza di greggi transumanti, che possiamo agevolmente immaginare transitare lungo il tratturo storico che si snoda immediatamente a sud dell’area sacra. La presenza della sorgente avrà avuto un ruolo senz’altro decisivo nel radicarsi del sacro nella zona. Il nuovo improvviso fiorire della ritualità tra la fine della repubblica e l’età giulio-cladia sembra invece da mettere in relazione con la nuova presenza di cospicui nuclei rurali, probabilmente vere e proprie ville, la cui manodopera servile e non, in momenti significativi del ciclo agrario può aver dato nuovo impulso alla sacralità dell’area.
Il comprensorio che era stato organizzato dal rilevante insediamento arcaico e poi da quello lucano per molti secoli non vedrà la nascita di una nuova vicenda insediativa: per tutta l’età romana la città sarà Potentia, e il nostro territorio sarà occupato e sfruttato da forme insediative diverse dalla città, e probabilmente dipendenti dal vicino centro urbano, mentre ville (all’interno di un pagus) strutturano un territorio dalle alte potenzialità agricole e pastorali. Bisognerà attendere l’alto medioevo perché sull’altura impervia si ritorni a costruire e a definire uno nuovo spazio abitativo: nascerà così Satrianum, un polo destinato per qualche secolo a riorganizzare il territorio in una diocesi (figg. 25-26-27). Di questa nuova vicenda insediativa è noto grazie agli scavi più recenti soprattutto il polo religioso. Le indagini sulla sommità dell’altura hanno infatti interessato l’area della cattedrale di Satrianum di cui si sono definite planimetria e fasi edilizie: il primo impianto dell’XI sec. è a tre navate absidate scandite da due file di quattro pilastri. L’ingresso sul lato lungo settentrionale, presentava un portale con arco a tutto sesto, come attesta il ritrovamento di un blocco del traverso ad asse curvo decorato. La navata centrale era in origine pavimentata con filari paralleli di formelle in terracotta a rilievo, mentre le navatelle in semplici lastre di pietra. Nella seconda fase si riduce la lunghezza di queste ultime chiudendo l’estremità absidata, in seguito ad un cedimento strutturale, mentre la pavimentazione in formelle fittili viene sostituita da lastre di pietra. Tra le sepolture si segnala una tomba della navata settentrionale, con quattro deposizioni sovrapposte, l’ultima delle quali, femminile, ha restituito oggetti di ornamento personale della prima età angioina. A ovest della chiesa stati portati alla luce una serie di edifici -probabilmente l’episcopio (figg. 28-29-30-31)- destinati ad ospitare la comunità ecclesiastica tra XII e XV secolo: questi si dispongono intorno ad una corte con cisterna, interessata da altre sepolture, di XII e XIII secolo, nonché deposizioni collettive da collegare forse alla peste delle ghiandole del XV secolo. Una sepoltura, in particolare, si segnala per la veste in lino o seta indossata dal defunto. L’abbandono dell’abitato può essere datato in base al materiale rinvenuto nei consistenti strati di crollo entro lo scorcio del XV sec., in sostanziale accordo con le notizie tramandateci dalle fonti, che serbano memoria del trasferimento della sede vescovile.

Campagna di scavi 2009

Nella campagna del 2009 sono proseguite le indagini dell' eccezionale edificio, vera e propria regia dalla ricca ed elaborata decorazione architettonica, databile tra il 560 e metà del V sec. a.C., già individuato nella campagna del 2008, alle pendici nord-orientali. Il proseguimento degli scavi ha consentito di meglio definire le articolazioni planimetriche di dettaglio ed aggiungere importanti nuovi elementi sulla vita del complesso strutturale (fig. 32) La grande struttura, realizzata con possenti muri perimetrali in pietra e alzato in pisè e mattoni, presenta un corpo principale rettangolare, con tetto a doppio spiovente, preceduto sul lato lungo ovest, da un vano stretto e lungo, con tetto ad unica falda, nel quale si apriva, un monumentale ingresso scandito da pilastri (fig. 33). All’interno una ampia sala centrale è affiancata da due vani più piccoli. Tracce di apprestamenti e manufatti lasciano presupporre per il vano principale una funzione di tipo cerimoniale: un grande incasso circolare (fig. 34) con frammenti di lamina bronzea, potrebbe aver ospitato un grande braciere, mentre presso la parete di fondo un piano ligneo doveva contenere ceramiche da mensa, tra cui coppe di tradizione greca (fig. 35). Il vano a sud, un ambiente polifunzionale, permetteva l’accesso alla sala cerimoniale ed era destinato alla conservazione di materiali di pregio (fig. 36), in un vero e proprio kylikeion. Il penetrale della casa, thalamos e spazio destinato alla conservazione delle derrate, coincideva infine con il vano Ib (fig. 37), dove erano un silos per derrate e grandi contenitori. Nel vano trasversale antistante, una sorta di portico, va segnalata la presenza di due grandi telai verticali addossati alla parete, che dovevano essere ancora in funzione al momento della distruzione per incendio dell’edificio.
Il tetto era in tegole di tipo laconico dipinte di rosso con coprigiunti rossi e neri (fig. 38); lo sgrondo delle acque era assicurato da una sima con gocciolatoi tubolari desinenti a disco (fig. 39). Al di sotto della sima correva lo straordinario fregio in terracotta dipinta, del quale lo scavo ha restituito una quantità incredibile di nuovi frammenti (fig. 40). Il fregio era posto a coprire le testate dei puntoni, cui risultava fissato tramite chiodi in ferro (figg. 41 - 42). Tutte le sime ed alcune lastre di fregio presentavano iscrizioni (fig. 43) relative al sistema di montaggio del tetto: un centinaio di frammenti iscritti, restituiscono numerali ordinali al maschile sulle sime, al femminile sul fregio. . A parte l’interesse per la ricostruzione delle modalità di lavoro degli artigiani, le iscrizioni permettono l’identificazione del dialetto greco, senza dubbio laconico-tarantino, dando così una patria agli artigiani itineranti giunti fin qui per costruire il palazzo (fig. 44).
La scena raffigurata del fregio (fig. 45) presenta il duello tra due opliti, accompagnati al campo di battaglia dai rispettivi scudieri a cavallo. A destra la pariglia di cavalli al passo è accompagnata da un airone (fig. 46), a sinistra al galoppo, da un cane. La scena risulta distribuita su due lastre accoppiate e ripresa in maniera paratattica per tutta la lunghezza dell’edificio (fig. 47). Per un inquadramento iconografico e stilistico, vanno richiamate innanzitutto le celebri “lastre dei cavalieri”, scoperte mezzo secolo fa a Braida di Vaglio. Per queste ultime sono stati chiamati in causa artigiani achei metapontini (fig. 48), imbevuti di cultura corinzia. Se la dipendenza da modelli corinzi è evidente, grazie alla nostra documentazione epigrafica è ora possibile riconoscere – come anticipato - in Taranto, il luogo di elaborazione artigianale (fig. 49). Al di là delle iscrizioni del resto, una serie di confronti, rimandano alla cultura figurativa di Taranto e della sua madrepatria Sparta, come ad esempio il bel cratere laconico del Museo Archeologico di Siracusa (fig. 50), datato al 560 a.C. Se il lato principale presenta un segmento iconografico ampiamente documentato nella ceramica corinzia (fig. 51) e laconica (fig. 52), il tema del lato secondario rimanda piuttosto a modelli greco-orientali, come documentano confronti da Thasos alla Ionia (fig. 53). L’eclettismo iconografico delle lastre di Torre di Satriano che mescola, rielaborandole, iconografie di ambiti culturali diversi, si comprende proprio grazie al cratere siciliano, che permette di riconoscere in Sparta il luogo di confluenza dei vari motivi iconografici e della sperimentazione di nuovi segmenti tematici, funzionali ad esprimere i valori delle aristocrazie locali, trasmessi poi al mondo indigeno attraverso la mediazione tarantina (fig. 54). Completavano la decorazione architettonica dell’edificio almeno due statue acroteriali (fig. 55), di cui in buona parte ricostruibile è una sfinge (figg. 56 - 57), rinvenuta in posizione di caduta all’interno del vano antistante. Se iscrizioni e stile dei nostri fregi richiamano il mondo artigianale di Taranto (fig. 58), anche per la sfinge è possibile richiamare analoghe tradizioni. Realizzata in loco, come dimostrano le analisi archeometriche, l’artigianato cui rimanda è quello di Taranto. Si confronti la banda decorata sul petto del mostro (fig. 59): il motivo del felino che insegue un cinghiale ritorna infatti identico su un cinturone tardo-arcaico da Ginosa, un sito peuceta a ridosso della chora tarantina.
Le scoperte di Torre di Satriano permettono dunque di comprendere meglio anche il problematico complesso di Vaglio (fig. 60): l’esistenza dei due edifici, dal tetto sostanzialmente analogo, va letta come testimonianza di un analogo fenomeno di strutturazione socio-politica della comunità, ove potenti élites recepiscono i raffinati costumi greci per enfatizzare il loro ruolo all’interno della comunità. (fig. 61) Se nella polis greca lo sforzo collettivo si indirizza nella monumentalizzazione dello spazio sacro, nelle società indigene, ove la comunità è definita dalla preponderante presenza di forti gruppi parentelari, lo sforzo viene indirizzato piuttosto verso la realizzazione di una edilizia di prestigio e nel connesso spazio sepolcrale. Grazie agli scavi più recenti, cominciano adesso a conoscere anche le tombe emergenti di Torre di Satriano (fig. 62). Qui lo spazio sepolcrale si apriva significativamente nel piazzale posto a monte dell’ingresso principale del palazzo, ed era caratterizzato da una serie di apprestamenti, quali una lunga canalizzazione coperta da un tetto in tegole, analoghe a quelle della regia, funzionali verosimilmente ai complessi riti che accompagnavano le deposizioni di altissimo rango. Riguardo all’esistenza nel mondo antico di apparati monumentali, decorati alla greca con mostri mitici e destinati celebrare dinasti indigeni, risulta illuminante un passo di Erodoto, dove si ricordano le sventure del troppo ellenizzato Scila re degli Sciti, si era fatto costruire un palazzo anche nella città di Boristene, decritta come “una oikia grande e sfarzosa dall’ampia cinta, intorno al quale si ergevano grifoni e sfingi” (fig. 63).

Lo scavo della Satriano medievale sulla sommità dell’altura è continuato nel 2009 interessando un altro centro del potere, l’episcopio, di cui è stato possibile definire meglio fasi di vita, articolazione e funzione, in particolare riguardo all’ambiente interpretato come luogo di riunione e di rappresentanza della comunità che gravitava attorno alla chiesa, sala del capitolo o refettorio.
I dati più interessanti (fig. 64) sono emersi dalle indagini condotte all’interno della struttura, dove era una grande fossa-immondezzaio, che taglia il piano di calpestio originario dell’ambiente (fig. 65). Sono documentati un piano a matrice argillosa su cui si distinguono due focolari messi in relazione con frammenti ceramici destinati alla cottura dei cibi, frammenti di boccali da mensa e vasellame invetriato assieme a consistenti resti di pasto carbonizzati quali castagne, noci, frammenti ossei animali. Il rinvenimento di diverse travi carbonizzate lascia infine supporre la presenza di una tettoia crollata al suo interno. La definitiva colmata della buca è documentata da ceramiche riferibili al XVI-XVII sec. d.C.. (fig. 66) Nel settore sud occidentale dell’ambiente è stata messa in luce un’impronta di forma irregolare, interpretato come piano di cantiere edilizio relativo alla fabbrica originaria dell’edificio. Una volta in disuso questo apprestamento viene in parte interessato dal taglio di fondazione del perimetrale occidentale dell’ambiente. Lo strato di riempimento del taglio restituisce interessanti dati cronologici, da porsi in relazione con una fase di frequentazione probabilmente antecedente al grande edifico rettangolare; insieme a pochi frammenti ceramici residuali, riferibili alla più antica frequentazione di età lucana del sito, è stato rinvenuto un Follis Bizantino di XI sec. d.C. (fig. 67).


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