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Nelle note che seguono ho inteso ripercorrere
alcune tappe caratteristiche del mio itinerario di ricerca.
I miei Maestri: Pietro Piovani e Cornelio
Fabro - La mia
carriera scientifica e accademica si è svolta avendo come riferimenti
culturali i due maestri che hanno ispirato, definito e guidato la mia
personalità di ricercatore e di docente: Pietro Piovani, di cui sono
stato allievo e assistente per lunghi anni nell'Università di Napoli
Federico II e Cornelio Fabro, che mi ha designato erede e
continuatore della propria opera scientifica, particolarmente
kierkegaardiana, e col quale ho fondato nel 1989 il
Centro Italiano di Studi
Kierkegaardiani, succedendogli nella direzione.
Può destare interesse la presenza nella mia
formazione universitaria e nella mia ricerca scientifica di due maestri, di
due studiosi tra i più autorevoli del Novecento filosofico italiano,
collocati su posizioni culturali diverse e per molti aspetti antitetiche:
Pietro Piovani e Cornelio Fabro afferivano ad universi culturali
spiccatamente, polemicamente diversi, ma si trattava di una di-versità
profondamente attenta alle ragioni dell’altra parte, colta e rispettata non
solo nelle sue ragioni teoretiche, ma ancor prima nel riconoscimento del
ruolo e della fecondità della sua storia nella parabola del pensiero
filosofico; non a caso, fu Pietro Piovani a propormi come argomento della
tesi di laurea l’opera filosofica di Cornelio Fabro e a procurarmi
l’opportunità di conoscere di persona il filosofo friulano, nel quale avrei
trovato un impareggiabile Maestro che ha segnato in modo decisivo il mio
orientamento filosofico di base. Da parte sua, il metafisico Fabro era
attento alla dimensione storica – genesi e formazione, problema della fonti
- della dottrina di Tommaso d’Aquino e quindi al ruolo essenziale e
irrinunciabile della prospettiva storica nella valutazione teoretica non
meno di quanto lo fosse lo storicista Piovani; l’indicazione decisiva
nell’accostarmi all’opera di Tommaso la ebbi, con convergenza altamente
sintomatica da Fabro e da Piovani, nell’attenzione all’ermeneutica
delle fonti dell’esse tomistico [in particolare: De divinis
nominibus, De Causis, neoplatonismo arabo e cristiano], da cui è
scaturita la profonda originalità della lettura tomistica di Fabro,
radicalmente innovativa rispetto a quella essenzialista, portata avanti dal
neotomismo e dalla neoscolastica. La profonda attenzione alla dimensione
storica delle dottrine è stata la lezione decisiva e fondamentale che ho
ricevuta dai miei due Maestri di pensiero e di vita, e che si è
riflessa nello sviluppo della mia ricerca, nella impostazione dei miei corsi
universitari, nella struttura dei miei libri.
In questa prospettiva, vorrei ripercorrere alcuni
segmenti caratteristici della storia del mio lavoro di ricerca,
ricapitolandoli attorno ai miei auctores
Tommaso
d’Aquino attraverso Cornelio Fabro –
La personalità e l’opera dell’Aquinate hanno egemonizzato interesse e
attenzione fin dalle prime battute del mio studio della filosofia, ma è
stato l’incontro con Fabro che ha segnato l’inizio di un approccio rigoroso
e diretto all’opera tomistica, dove la teoreticità è stata mediata
dalla storicità, con la conseguente delegittimazione di ogni pretesa
di teoreticità che si pretenda svincolata e avulsa dalla mediazione storica.
La presenza di Fabro ha comportato una caratteristica di fondo: la lettura
di Tommaso non è mai stata avulsa dal riferimento continuo al pensiero
moderno; già nell’impostazione della tesi di laurea il pensiero di Tommaso è
stato ripensato in un serrato confronto storico-teoretico con il pensiero
moderno, facendo perno sul caposaldo dato dal rapporto tra persona e
libertà: ne è scaturito un primo saggio Verso una metafisica dell’atto.
Un itinerario speculativo sulle orme del pensiero filosofico di Cornelio
Fabro [in “Divus Thomas”(Piacenza), 80, n.3], seguito alcuni anni dopo,
nella miscellanea promossa dall’Università di Perugia in occasione del
pensionamento del filosofo, da uno studio più avanzato nell’interpretazione
del tomismo di Fabro e preventivamente discusso a lungo con lo stesso
filosofo Prospettive per la fondazione di una metafisica dell’atto [Essere
e libertà. Studi in onore di Cornelio Fabro, Rimini 1984]. Entrambi i
saggi sono stati raccolti nel volume Dall’essenzialismo all’u-topia. Alle
frontiere della metafisica [Potenza 1991], dove peraltro ho
inserito, con precisa intenzionalità, anche un ampio studio in cui ho
tentato di definire la prospettiva storica della mia lettura teoretica di
Tommaso e su cui il consenso di Fabro fu molto travagliato: Per una
interpretazione storicizzata di Tommaso d’Aquino. Senso e limiti di una
prospettiva.
Un primo punto d’arrivo del mio colloquio con
Fabro possono essere considerati il saggio Un filosofo inattuale,
premesso alla miscellanea Veritatem in caritate. Studi in onore di C.F.
in occasione dell’LXXX genetliaco raccolti da G.M.P., promossa dallo
scrivente [Potenza 1991], e l’ampia sintesi Cornelio Fabro: maestro di
libertà e di verità, premesso al volume in collaborazione Il Singolo
[Potenza 2000], curato dallo scrivente, organo del “Centro Italiano di
Studi Kierkegaardiani”, fondato da Fabro e dallo scrivente, che alla morte
del Maestro gli è succeduto nella direzione.
Kierkegaard
– Lo stretto legame culturale con un Maestro quale il professor Cornelio
Fabro non poteva fare a meno di collocare al centro del mio progetto di
ricerca la personalità e l’opera del grande filosofo danese, Soeren
Kierkegaard, di cui Fabro è stato in Italia il primo traduttore [e,
pertanto, interprete] dai testi originali, il massimo interprete, tra i
massimi studiosi a livello mondiale. In questa sede non è possibile
rievocare la storia dell’incontro e della frequentazione di Fabro con
Kierkegaard; basti accennare al mio incontro col filosofo danese, che ebbe
inizio nella stesura della tesi di laurea, e che venne progressivamente
assumendo le dimensioni di un ampio, organico progetto di ricerca, condotto
per circa due decenni sotto la guida di Fabro: nella tesi di laurea
Kierkegaard era collegato non tanto a Tommaso d’Aquino quanto alle ragioni
della metafisica tomistica dell’esse ut actus essendi, nella linea
ermeneutica perseguita da Fabro con una insistenza che a molti critici
sembrò eccessiva al punto da rimproverargli la creazione di un Kierkegaard
cripto-cattolico, addirittura cripto-tomista; in realtà Fabro non ha mai
pensato di vedere nel filosofo danese un seguace dell’Aquinate, ma nella sua
prospettiva sono state rivendicate le oggettive convergenze fondate sul
cominciamento realista e sulla filosofia della trascendenza che
caratterizzano la riflessione kierkegaardiana configurando una posizione
speculativa radicalmente alternativa rispetto a quella dello Hegel e, di
conseguenza, rispetto a quella proposta dalla Kierkegaard-Renaissance
e dall’esistenzialismo franco-tedesco. Di conseguenza, Kierkegaard nella
prospettiva di Fabro si configura come alternativa essenziale
rispetto al trascendentale del pensiero moderno, e in quanto tale dà forma a
un pensiero alternativo in termini di ontologia della libertà, che al
filosofo friulano appariva la sola prospettiva teoretica che consentisse di
andare incontro alle istanze speculative del pensiero moderno senza farsi
risucchiare dal trascendentale della coscienza. In quest’area di ricerca si
collocano i volumi che finora ho dedicato a una ermeneutica organica [che
non significa “sistematica”!] dell’opera di Kierkegaard: Kierkegaard. Una
biografia intellettuale. Il discorso cifrato di uno psicologo estetizzante
[Potenza 1993]; Invito alla lettura di Kierkegaard [Milano 1995; tr.spagnola
Madrid 2000]; Il problema del linguaggio nell’esistenzialismo, prima
parte: Sistema, linguaggio e libertà nella dialettica esistenziale del
Singolo kierkegaardiano [Potenza 1995]. L’elaborazione ulteriore di
questa prospettiva ermeneutica mi ha condotto a elaborare una proposta di
fondo, già intravista da Fabro, e da me abbozzata nel saggio Kierkegaard
e Newman: per una nuova Kierkegaard-Renaissance, pubblicato nel primo
volume de Il Singolo, cit.
Tale prospettiva ermeneutica della lettura di
Kierkegaard deve prioritariamente legittimarsi, oltre ovviamente che nel
confronto con il testo del filosofo, in quello con gli autori che la
Kierkegaard-Renaissance ha posto a base della sua interpretazione: mi
riferisco in particolare a Nietzsche, a Jaspers, a Barth. A quest’ordine
essenziale di temi e di problemi rispondono i miei studi nell’area tematica
della Kierkegaard-Renaissance, che sono confluiti nel volume Tra
Kierkegaard e Barth: l’ombra di Nietzsche [Venosa 1986] di cui la prima
parte è dedicata al confronto di Kierkegaard con Barth, con Jaspers, con
Gogarten, la seconda al confronto con Nietzsche e alla delineazione della
“dialettica dell’edificante”, la terza alla anti-ragione teologica barthiana.
Karl Barth
– La presenza gigantesca del teologo svizzero si
era già fatta sentire contestualmente a quella di Tommaso d’Aquino, già
nella stesura della tesi di laurea; infatti, il rapporto sempre più
coinvolgente con Piovani mi aveva fatto toccare con mano l’assoluta
necessità di una sensibilità e di una prospettiva storica nella trattazione
del problema metafisico, e il primo, felice tentativo in tal senso fu la
pubblicazione di due studi, suggeritimi da Piovani ancor prima della
discussione della tesi di laurea, e inseriti in una raccolta di studi da lui
curata su L’etica della situazione [Napoli 1972], che costituì uno
dei primi tentativi seri in Italia di misurarsi con una problematica già
ampiamente dibattuta in Europa: Natura, espansione e limiti del concetto
di “circumstantia” in Tommaso d’Aquino e Sull’etica della grazia in
Karl Barth.
In una lettura che insisteva sul rapporto tra
Tommaso e Kierkegaard, sarebbe stato molto difficile tener fuori Barth, e
infatti il teologo svizzero vi entrò subito e d’imperio; non nego che la
problematica mi riuscisse altamente intrigante: Barth ci aveva tenuto,
eccome!, nel periodo dialettico a invocare Kierkegaard come il “suo” autore,
ma si era visto ben presto che, oltre a un celebre cenno nella prefazione
del secondo Roemerbrief, di Kierkegaard in Barth non c’è nulla; nello
stesso tempo Barth, nonostante – o in ragione? – il suo rigoroso e
tetro calvinismo, si era interessato a Tommaso, oltre che a Hegel, con una
intensità che non poteva nascondere un fascino enorme che su di lui,
profondo e geniale pensatore sistematico, esercitava l’Aquinate; in quel
giro di tempo, primi anni Settanta, il maggiore studioso italiano di Barth,
Italo Mancini, insisteva in una lettura che – con la mediazione di Kant [e
di Rahner] – tendeva ad accreditare una [improbabile!] convergenza teoretica
di fondo di Barth con Tommaso: il che, se poteva far piacere ai teologi
post-conciliari, trovava in radicale disaccordo Fabro con il suo allievo, i
quali scorgevano in quella…contaminatio la negazione sia del
cristianesimo che del pensiero moderno, e fu così che Fabro ed io scrivemmo
uno studio a quattro mani su Karl Barth e Tommaso d’Aquino, che fece
dispiacere Italo Mancini e che fu successivamente inserito nel mio libro
Invito alla lettura di Barth, pubblicato da Mursia nel 2000.
Al di là degli aspetti polemici, per me Barth
costituiva – e costituisce – un grosso nodo sul piano teoretico: egli pone
il problema speculativo del cristianesimo, ma non intende risolverlo perché
dopo averlo respinto come prometeismo nel secondo Roemerbrief, si
rifugia, a partire dalla monografia su Anselmo d’Aosta [1931], nell’a
priori divino, giustificando in tal modo il modello di epistemologia
teologica con cui avrebbe costruito la grandiosa Dogmatik; ma sul
piano critico il problema resta, ed è quello del modello speculativo della
teologia. Barth in realtà il problema l’aveva incontrato e vissuto con
drammatica intensità nella fase di passaggio dalla prima alla seconda
edizione del Roemerbrief, quando si era impantanato, per così dire,
nel confronto-scontro con Schleiermacher: quanto più la sua condanna
appariva perentoria, tanto più egli ritornava sul problema esattamente
come l’assassino torna sempre sul luogo del delitto [il paragone,
beninteso, è di Barth], e non a caso a Schleiermacher Barth sarebbe tornato
ancora nei giorni estremi.
Nella mia prospettiva teoretica ed ermeneutica,
era evidente che il tormento di Barth nascondeva un altro tormento, quello
del rapporto con Tommaso, che egli aveva chiuso a parole, ma di fatto vi si
crogiolava: questo spiega l’approfondimento contenuto nella terza parte del
volume Da Kierkegaard a Barth, dedicata alla configurazione
dell’anti-ragione teologica barthiana, il cui momento caratteristico io
individuo nella parabola da Schleiermacher a Schleiermacher. In tale
precisa prospettiva vanno quindi letti i libri che ho dedicato a Barth:
oltre il citato Invito alla lettura di Barth, devo ricordare il mio
primo volume, vincitore del “Premio nazionale di filosofia Domenica Borello
1976” bandito dall’università di Torino: Ontologia trinitaria e
antropologia teologica. Analisi critica delle strutture speculative della
teologia di Karl Barth, pubblicato nei fascicoli della rivista
“Filosofia” nel 1977 e poi in volume nel 1978 dalle Edizioni di Filosofia.
Mozart
– La frequentazione assidua e
prolungata di Barth, che mi ha condotto a studiare fin nei minimi risvolti
la genesi e la formazione del pensiero del teologo svizzero, mi ha donato
l’immensa gioia dell’incontro con Mozart. In questa sede non posso
dilungarmi, mi limito a rilevare che lo studio della presenza della musica
mozartiana nella teologia di Barth, e ancor prima nella estetica di
Kierkegaard, mi ha condotto ad estendere l’indagine nel vasto spazio della
filosofia contemporanea – da Balthasar a Heidegger - e a dedicare al
meta-linguaggio della musica mozartiana un corso universitario di estetica
nonché – nel bicentenario del 1991 – il volume Mozart: la musica di liuto
di Dio [Potenza 1991].
In conclusione,
il percorso dianzi delineato per
lineamenti schematici mi ha condotto a un approfondimento della metafisica
tomistica, strutturalmente integrata nella prospettiva storica, imperniata
sulla nozione dell’esse ut actus essendi, la sola a mio avviso in
grado di confrontarsi con le istanze antimetafisiche del pensiero moderno, e
nello stesso tempo a un ripensamento critico delle sue posizioni
fondamentali alla luce delle obbiezioni dello storicismo moderno [Jaspers-Heidegger-Piovani]
e della teologia dialettica [Barth]: un percorso teoretico confluito nel
volume, di sapore jaspersiano, Dall’essenzialismo all’u-topia. Alle
frontiere della metafisica [Potenza, 1991].
Dalla
metafisica dell’essere a una ontologia della libertà.
- Una “nuova” fase del mio percorso di ricerca ha preso avvio
contestualmente all’inizio del mio insegnamento di filosofia teoretica nella
Università della Basificata: “nuova” ovviamente nel senso di uno sviluppo
speculativo in termini più autonomi e in direzione di un deciso
approfondimento della concezione kierkegaardiana della libertà, come
costitutivo originario e non come attributo del soggetto: Dio e l’uomo
pensati entrambi in termini di libertà auto-originantesi, quale unica
possibilità di sostenere il confronto con il nichilismo: ne è scaturito il
volume Indagini filosofiche sull’essenza della libertà umana
[Napoli 1999], preceduto a sua volta da un confronto a tutto campo con il
totalitarismo, indagato nella sua genesi e nella sua formazione in quanto
punto d’arrivo coerente e obbligato del razionalismo e del nichilismo ateo
moderno, nel volume L’eredità teo-logica del pensiero occidentale:
Auschwitz [Soveria Mannelli 1997]. Si tratta di un filone di ricerca che
allo stato è molto avanzato rispetto ai due volumi, ed è oggetto dei miei
corsi universitari di questi anni, abbozzato nelle dispense per gli
studenti; da qualche mese è definito nel volume L’altro:
l’identità rimossa della modernità [Napoli 2005]: La radicalità
teoretica con cui il problema dell’altro viene affrontata in questo
periodo della mia riflessione teoretica, rende inevitabile il pieno
coinvolgimento del problema teo-logico, del rapportarsi del pensiero alla
realtà di Dio, che l’uomo occidentale fin dagli esordi della sua cultura ha
avuto la hybris di pensare: la presunzione di ‘pensare’ Dio è
all’origine della cadenza antropomorfica e idolatra del pensiero moderno,
indebitamente chiamata ateismo; ma alla luce della struttura della teoresi
del pensiero moderno, definita dalla struttura e dall’intenzionalità
essenzialista ed egologica, l’ateismo moderno sembra più correttamente
definirsi in termini di idolatria, al punto che lo stesso Lévinas può
definire la secolarizzazione dell’Occidente come la secolarizzazione di
una idolatria; questa amplissima problematica dà consistenza a un volume
profondamente pensato su L’ultimo Dio: ultimità e ulteriorità del
pensiero teoretico, Edizioni Città del sole, Napoli 2006, in cui con un
serrato confronto con la nota problematica di Heidegger, tento di delineare
una ‘nuovo’ inizio del pensiero, sulla scia del suggerimento heideggeriano
ma con una impostazione teoretica del tutto diversa da quella heideggeriana.
Bioetica
e biodiritto - Un riflesso tutt’altro
che marginale di questo orientamento è possibile verificarlo nella
contestuale meditazione bioetica, che mi ha accompagnato almeno da
quindici anni e che, dopo un volume che ho promosso e curato nel 1993 sul
tema Pluralismo etico e normatività della bioetica [Potenza 1993], in
cui ho pubblicato i primi risultati della mia ricerca [Lineamenti di un
progetto culturale - Le sfide della bioetica alla filosofia],
si è finora espresso in un trattato di bioetica Per una critica della
ragione bioetica. Dalla bioetica al biodiritto [Potenza 2000].
L’assidua frequentazione della problematica bioetica e le sollecitazioni
provenienti dai corsi universitari che da diversi anni tengo nel corso di
laurea in Biotecnologie, mi hanno convinto che uno dei maggiori limiti della
riflessione e del dibattito in materia di bioetica e biodiritto in Italia è
dato da una forte vis polemica, che caratterizza pressoché tutte le
posizioni, con enormi ricadutein sede politica e sociale; d’altronde, la
bioetica – che in quanto tale è bioetica per l’uomo - non può essere
risolta in un terreno di scontro e di contrapposizione, ma di confronto
delle diversità in termini positivi e costruttivi, così da passare dalla
diversità delle culture a una cultura delle diversità; a questa
impostazione risponde un primo volume legato a un profondo ripensamento del
rapporto dell’uomo con le biotecnologie, intese come modello culturale
caratteristico dell’uomo contemporaneo: Il diritto di non sapere:
lo specifico dell’uomo bioetico, pubblicato a cura dell’Istituto
Italiano per gli Studi filosofici, per i tipi delle edizioni La città del
sole, 2006.
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(sono inseriti unicamente i
volumi – sono tralasciati saggi, articoli, recensioni e i volumi di cui sono
stato curatore)
1979, Ontologia
trinitaria e antropologia teologica. Indagine critica sulle strutture
speculative della teologia di Karl Barth,
Edizioni di Filosofia,
Torino
1986, Tra Kierkegaard e
Barth: l’ombra di Nietzsche, Edizioni Osanna, Venosa
1991°, Dall’essenzialismo
all’u-topia. Alle frontiere della metafisica, Edizioni Ermes, Potenza
1991b, Mozart: la musica
di liuto di Dio, Edizioni Ermes, Potenza
1993, Kierkegaard: una
biografia intellettuale. Il discorso cifrato di uno psicologo estetizzante,
Edizioni Ermes, Potenza
1995°, Il problema del
linguaggio nell’esistenzialismo, Edizioni Ermes, Potenza
1995b, Invito al pensiero
di Kierkegaard, Mursia, Milano
1997, L’eredità
teo-logica del pensiero occidentale: Auschwitz, Rubbettino, Soveria
Mannelli
1999, Indagini
filosofiche sull’essenza della libertà umana, Edizioni Scientifiche
Italiane, Napoli
2000°, Per una critica
della ragione bioetica, Lambisco, Potenza
2000b, Invito al pensiero
di Karl Barth, Mursia, Milano
2005, L’Altro: l’identità
rimossa della modernità, La città del sole, Napoli – Istituto Italiano
per gli Studi filosofici
2006°, Il diritto di non
sapere. Lo specifico dell’uomo bioetica, La città del sole, Napoli –
Istituto Italiano per gli Studi filosofici
2006b, L’ultimo Dio:
ultimità e ulteriorità del pensiero teoretico, La città del sole, Napoli
– Istituto Italiano per gli Studi filosofici
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