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Castellace
Calabria. Oppido Mamertina (RC), Castellace
Direzione scientifica
M.M. Sica
(Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera)
R. Agostino
(Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria)
Coordinamento attività sul campo
F. Pizzi
Responsabili di saggio
R. Eliodoro, F. Pizzi, G. Speranza
Responsabili documentazione topografica e grafica
M. Di Lieto, F. Pizzi
Restituzioni 3D
M. Di Lieto, N. Evoli
Responsabile laboratorio materiali
A. Scarci.
Il sito antico di Castellace () è ubicato nella media valle del Petrace, l' antico Métauros che con il suo ampio bacino idrografico originato dal massiccio montuoso dell'Aspromonte, riceve il contributo di diversi rami sorgentiferi. Questi hanno determinato valloni stretti e profondi caratterizzando la morfologia di questa fascia intermedia di terrazzi che, sviluppandosi con un orientamento prevalentemente nord-ovest/sud-est, presentano sommità pianeggianti e versanti ripidi ( ). Fin dall'antichità questi terrazzi furono favorevoli allo sfruttamento agricolo più o meno intensivo e vennero interessati da una fitta rete di collegamenti sia a livello locale che sub-regionale e certamente adatti ad ospitare centri strutturati e numerosi, quanto piccoli, nuclei rurali.
Il comprensorio presenta una realtà storico-archeologica particolarmente ricca caratterizzandosi, fin dalla preistoria più recente, come crocevia e luogo di scambi commerciali e culturali, legato sia alle vicende locali, con un particolare riferimento all’area dello Stretto e all’arcipelago eoliano, sia all’intera area mediterranea.
Sulla porzione più interna di un esteso terrazzo () è ubicato l'insediamento antico nel quale le testimonianze si susseguono per circa nove secoli di vita quasi senza soluzione di continuità a partire dalla metà del XII secolo per arrivare al III a.C. Le recenti scoperte, effettuate grazie ad un progetto della Scuola a partire dal 2006 (, ) hanno evidenziato l’importanza e la peculiarità del sito che insieme a gran parte dell’entroterra dovevano gravitare sul centro costiero greco di Métauros (l’attuale Gioia Tauro), certamente punto di arrivo e probabilmente luogo di scambi e di messa in circolazione di beni e uomini da e verso l’interno aspromontano oltre che punto di confluenza e di distribuzione delle risorse in arrivo - e in transito – dai diversi centri greci del mediterraneo.
In particolare l’occupazione antica interessa due pianori (), Torre Inferrata e Torre Cillea, separati da un vallone, il Cattivello, presso la cui sorgente è stato ipoteticamente ubicato il santuario dedicato ad Eracle Reggino, testimoniato dalla famosissima - quanto decontestualizzata - iscrizione su lamina bronzea datata alla prima metà del V secolo a.C. (). Più a sud la contrada Marcaurelio ricongiunge i due pianori stabilendo così il collegamento con la parte meridionale del terrazzo, via di accesso verso l’interno aspromontano. I dati oggi in nostro possesso consentono di definire e precisare cronologia e funzioni dei diversi settori dell’insediamento: dalle fasi alto-arcaiche a quelle del primo ellenismo, con una significativa indicazione relativa alla presenza di una occupazione/ frequentazione durante l’età del ferro. Gli importanti ritrovamenti, consentono di delineare la strutturazione di un insediamento e il ruolo giocato dal sito nell’ambito delle più ampie dinamiche insediative territoriali, in particolare per il periodo compreso tra l’età arcaica (VII-VI secolo a.C.) e la seconda metà del III secolo a.C.: a partire dal momento in cui si registra l'impatto tra i Greci che si stanziarono sulla costa e gli Indigeni che già occupavano questo comparto territoriale e, successivamente, dalla metà del IV secolo a.C. in relazione allo strutturarsi dell'ethnos brettio nella Calabria meridionale.
La quarta campagna di scavi (luglio-agosto 2009) () ha riguardato l'area dell'abitato e quella delle necropoli. È stata intrapresa anche una preliminare campagna di ricognizioni che ha interessato una parte del pianoro di Torre Inferrata, un settore a nord di Torre Cillea e principalmente l'area di Marcaurelio. Sono stati registrati sedici nuovi siti tra i quali i più significativi sono stati individuati a nord-ovest di Torre Cillea () - forse un settore della necropoli di età classica - e sul pianoro e le pendici di Marcaurelio dove tre siti, cronologicamente riferibili a una occupazione/frequentazione dall'età protostorica a quella ellenistica, attestano la presenza di piccoli insediamenti pluristratificati.
L'ABITATO DI TORRE CILLEA
Le campagne di scavo concentrate sulla collina di Torre Cillea () stanno portando alla luce un settore dell’abitato contraddistinto da almeno quattro diverse fasi costruttive ed esteso, verosimilmente, su una superficie di circa cinque ettari. Le indagini 2006-2008 hanno messo in luce la prosecuzione della struttura di V secolo che, caratterizzata dal notevole impegno tecnico-costruttivo ( ), entro la prima metà del IV viene interessata da una variante planimetrica realizzata presumibilmente per adeguare l’edificio a nuove e diverse necessità di utilizzazione. L’edificio così rimaneggiato rimane in vita fino a quando, nel corso della seconda metà del IV secolo a.C., un nuovo intervento ne modifica radicalmente il precedente impianto (, ). La realizzazione di un esteso piano stradale, che oblitera tutte le strutture più antiche, e alcuni muri ad esso connessi permettono di definire una nuova fase di vitalità costruttiva che chiaramente testimonia una diversa concezione progettuale. Il nuovo programma edilizio prevede costruzioni, appena intercettate, caratterizzate da un orientamento completamente divergente dalle precedenti e che bordano su entrambi i lati un asse stradale, largo sei metri. Interessante è la presenza di un incrocio a sud dell’edificio A e di un probabile slargo, ugualmente pavimentato, a sud della costruzione B sul lato opposto. Del successivo abitato di III secolo sono state messe in luce parti di alcune strutture verosimilmente a carattere abitativo (, ). Indicativa, anche se ancora problematica la presenza di un asse viario che, largo poco più di due metri e orientato est-ovest, sembra separare due costruzioni: quella più meridionale (la II) restituisce una planimetria e una quantità di reperti sufficienti a delineare la funzione di alcuni ambienti come il probabile pitheon-isteon per la presenza di un grande contenitore e di diversi pesi da telaio. Comunicante con esso è un grande cortile al cui interno, tra il crollo della parete in mattoni crudi, sono stati rinvenuti tra le altre cose un sostegno per grande contenitore e una particolare arula-bruciaprofumo, quest'ultima certamente connessa a rituali domestici.
Le indagini del 2009 () hanno confermato l'estensione verso sud dell'abitato brettio: qui sono stati documentati sia residui stratigrafici dell'abitato di III secolo sia lembi di pavimentazioni e brevi tratti di strutture murarie dell'abitato di IV secolo a.C.
E' proseguito () inoltre l'approfondimento al di sotto dell'edificio di V secolo a.C. finalizzato a determinare le fasi dell’abitato arcaico che oggi possono attribuirsi ad almeno due distinte fasi cronologiche e costruttive: la più recente di VI secolo ed una più antica, e a quanto sembra la prima, di VII secolo ().
Si è infatti appurato che i livelli di costruzione dell'edificio classico hanno parzialmente eraso alcune strutture murarie e intaccato la stratigrafia relativa alla fase di vita di una costruzione di VI secolo a.C. (): numerosi frammenti ceramici (soprattutto coppe di tipo ionico) e d' impasto sono riferiti all'angolo di un ambiente con piani in terra battuta e una soglia. Al di sotto di questa struttura () è stata poi messa in luce, e indagata fino allo sterile, una stratigrafia che restituisce solo frammenti in impasto e di ceramica “grigia” che sembrano diventare le due produzioni esclusive di questa fase, inquadrabile nel corso del VII secolo, come è stato appurato anche nella coeva necropoli a Torre Inferrata.
LE NECROPOLI DI TORRE INFERRATA ()
La successione di ben distinte fasi di vita dell’abitato e l’esaurirsi delle testimonianze nell’arco del III secolo a.C., confermano la presenza di un abitato a Torre Cillea che trova una corrispondenza cronologica e culturale con le sepolture rinvenute sul contiguo pianoro di Torre Inferrata stabilendo così il primo evidente e diretto rapporto tra le due aree che, distinte topograficamente e funzionalmente dovevano essere collegate dalla prosecuzione della strada che, messa in luce nell'abitato, avrebbe verosimilmente lambito, almeno nel V secolo, l’area sacra dedicata ad Eracle.
A Torre Inferrata, grazie alle prime indagini avviate con la campagna del 2008 (), era stata individuata un'area funeraria nella quale erano state individuate quattro tombe brettie di inumati, tra cui spiccava la tomba 2 (, ) che restituiva lo scheletro, il cinturone bronzeo indossato dal defunto e diversi elementi del corredo (vasi a vernice nera tra i quali alcuni skyphoi e coppette, un guttus e una lekane; una coppia di spiedi, un fascio di alari, un coltello in piombo e, infine, alcuni vaghi d’ ambra, pertinenti ad una fibula metallica).
Le indagini del 2009 () sono state finalizzate all’ampliamento dell'area sepolcrale di età brettia e alla comprensione di un'area con tracce di frequentazione/occupazione di età alto-arcaica. Sono state così portate alla luce complessivamente diciotto sepolture (tredici inumazioni e cinque incinerazioni).
Quattordici sepolture sono pertinenti a un settore della necropoli brettia (, ) la quale, sviluppandosi sul ciglio del pianoro, ha restituito quattro tombe integre con corredo (nn. 5, 6, 11,16), una intatta ma completamente priva di corredo (n. 14) mentre le rimanenti otto risultano disturbate, in tutto (nn. 7, 13, 18) o parzialmente (nn. 8, 9, 10, 12, 15). Per le sepolture, collocabili in via preliminare nell'ultimo trentennio del IV secolo a.C. e riferibili verosimilmente alla prima generazione di Bretti stanziatisi sul pianoro di Torre Cillea, sono state realizzate fosse terragne a volte completamente rivestite con tegole piane a volte caratterizzate dalla sola copertura alla cappuccina. Tra tutte quelle individuate quest'anno spiccano due sepolture, una maschile e una femminile, intorno alle quali sembra organizzarsi un consistente nucleo sepolcrale, apparentemente distinto da quello individuato lo scorso anno.
La tomba femminile (, ) ha restituito un corredo ceramico disposto lungo il fianco sinistro, costituito da numerosi vasi (un'olpe, un lebes gamikos con coperchio, una lekythos ariballica, due lekanai, una pisside con coperchio e uno skyphos), sei fibule bronzee e una moneta di Messana (tridente con delfini/Poseidon).
La tomba maschile (, ), riferibile a un guerriero, presenta diverse peculiarità che vanno dalla tipologia tombale al rituale funerario. Si tratta infatti di una deposizione a fossa, di forma ovale e delimitata da grandi ciottoli fluviali contenente, nella metà orientale, le ossa semicombuste del defunto, forse originariamente avvolte in una sacca o telo di materiale deperibile e deposte sul fondo di terra. Gli elementi del corredo, ad eccezione del cinturone bronzeo disteso sul lato nord della deposizione, sono collocati tutti sul lato meridionale dove si rinvengono sia gli oggetti metallici in piombo (un rasoio, un fascio di tre spiedi, una coppia di alari e un candelabro) sia i manufatti ceramici (un guttus a protome leonina, uno skyphos e diverse coppette). Una importante peculiarità della sepoltura è costituita dal rituale () registrato nella porzione occidentale della tomba, che si riferisce al momento che precede e accompagna la chiusura definitiva della sepoltura stessa: dopo la deposizione delle ceneri e del corredo, una serie di piccole patere e coppette a vernice nera sono state utilizzate per versare plausibilmente dei liquidi e deposte intenzionalmente rotte. Il rituale, unico finora nel suo genere, sembrerebbe confermare il ruolo di spicco rivestito dal defunto nella comunità brettia.
Diversi elementi concorrono poi a ipotizzare una diversificazione nell'uso sepolcrale del pianoro () per il periodo compreso tra la fine dell'VIII e tutto il VII secolo. In un'area interessata da apprestamenti non ancora definibili sia per la funzione sia per la cronologia - quale una sorta di avvallamento-fossato – è stato individuato un settore della necropoli “dedicato” (, ), in età alto-arcaica e verosimilmente nel VII secolo, a sepolture ad incinerazione, caratterizzate generalmente da piccole concentrazioni di frammenti ossei bruciati e carboncini, delimitate e coperte da pietrame e ciottoli. In questa zona due incinerazioni senza corredo e un ustrinum sono esterni ad un'area che sembra caratterizzarsi come “emergente” perché segnata dalla presenza di una sorta di “tumulo” che, dall'andamento curvilineo e realizzato con grandi pietre e ciottoli, copriva almeno tre incinerazioni. Tra queste l’incinerazione 1 (, ), forse di una giovinetta, ha restituito unitamente ad alcuni denti, frammenti ossei sminuzzati e frustuli di carbone, due ollette (in ceramica depurata) e i resti di una collanina realizzata con vaghi in ambra, alcuni elementi decorativi in bronzo e in osso lavorato e tre scarabei dotati di foro passante e con iscrizioni sul retro. A pochi centimetri di distanza da questa, l’incinerazione 2 () ha invece restituito una scodella monoansata in impasto, deposta capovolta sopra una piccola concentrazione nerastra con carboni e frammenti ossei bruciati.
Distante una trentina di metri da queste incinerazioni () e ubicato presso il bordo del pianoro, è un altro settore sepolcrale, forse coevo al precedente: qui è stata infatti rinvenuta una tomba a fossa, parzialmente intaccata, la quale, nel restituire una tazza in impasto e alcune fibule in bronzo, sembra rimandare ad una sepoltura indigena dell'età del ferro.
L'ASSE STRADALE A TORRE INFERRATA
Eccezionale rinvenimento (,) della campagna 2009 è stato infine l'aver individuato, in prossimità del ciglio orientale del pianoro, un asse stradale, in terra battuta, grazie al quale è possibile fare alcune considerazioni sulla viabilità esterna all'area di abitato, in un momento precedente l'installarsi dei Bretti. La strada, carrabile - larga due metri e mezzo, messa in luce per una lunghezza di circa 12 metri e orientata nord-est/sud-ovest - era in uso prima della necropoli brettia quando viene totalmente defunzionalizzata. È forte la suggestione () che questa possa essere la strada che, nel collegare il pianoro di Torre Inferrata con quello di Torre Cillea seguendo - sui fianchi - un percorso verosimilmente sinuoso, attraversasse la valle sottostante forse costeggiando l'ipotetico santuario di Eracle, presso la sorgente del Cattivello. Non è però, da escludere, che possa trattarsi di un percorso ancora più antico, risalente all'età arcaica, quando l'abitato indigeno di Torre Cillea era certamente collegato con la coeva necropoli di Torre Inferrata.
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In sintesi quindi la documentazione archeologica di quest'anno permette di ampliare ulteriormente lo sguardo sulle articolazioni socio-culturali dei diversi gruppi che, nel tempo, hanno abitato a Castellace e di contribuire a puntualizzare meglio tempi e modalità di strutturazione di questa porzione di territorio.
I materiali più antichi definiscono quindi un quadro cronologico e culturale che si era venuto delineando con i primi recuperi da necropoli effettuati agli inizi del '900 a Torre Inferrata. Sulla base dell'intera documentazione si registra in tal modo la presenza di un nucleo di genti che tra fine VIII e VI secolo seppelliscono i propri morti con ceramiche di accompagno tipicamente indigene, le stesse che si ritrovano sulla costa nelle fasi iniziali di Métauros. Ma questa è anche la fase durante la quale si registra la presenza sulla costa di genti di cultura greca, quelle attraverso le quali giungono fino a Castellace, oggetti significativamente di pregio come gli scarabei della collana della giovinetta incinerata.
Il nucleo di materiali di Castellace, unitamente a quelli sporadici rinvenuti nella vicina Mella, entrambi riferibili all'orizzonte di Canale-Janchina, suggerisce che i due siti della vallata possano aver ospitato piccoli nuclei abitativi preposti al controllo e allo sfruttamento di settori territoriali non molto ampi, verosimilmente anche in collegamento con i coevi siti della vallata del Torbido, sullo Ionio, già dalla fine dell’VIII o tutt’al più dagli inizi del VII secolo. Questa prima occupazione a Castellace dimostra come almeno fino alla fine del VI secolo il centro si caratterizzi come un abitato indigeno con evidenti elementi di commistione quali quelli testimoniati dalla ceramica arcaica. Sulla base di tale preliminare documentazione sembra abbastanza evidente che l’insediamento di Castellace e il vicino centro greco di Métauros condividano quantomeno il medesimo orizzonte cronologico. Entrambi i siti partecipano, almeno per tutta l’età arcaica, ad un interrelato sistema di uso del territorio e delle sue risorse: la Castellace arcaica e indigena, non sarebbe scomparsa o assorbita completamente dopo l’arrivo dei Greci a Métauros, perché forse funzionale alla politica greca interessata a favorire la penetrazione verso l’interno, in direzione della montagna, lungo le vallate fluviali.
Una occupazione dell'area nel V secolo è finora attestata dal solo edificio di Torre Cillea, parzialmente individuato al di sotto dell'impianto brettio di IV secolo e al quale potrebbe essere collegato l'uso della strada carrabile, in terra battuta, rinvenuta a Torre Inferrata .
Anche al periodo brettio si ascrivono le novità più significative: alle varietà delle tipologie tombali si associa le peculiarità che sembrano caratterizzare i nuclei di genti italiche come quegli elementi di corredo che, ricorrenti nelle sepolture di IV-III secolo a.C. nel mondo lucano e brettio, individuano il defunto come guerriero, rimandando al contempo all’ideologia del banchetto e dell’oikos richiamata dagli oggetti in piombo, simbolicamente allusivi della loro originaria funzione legata alla lavorazione, al taglio e alla cottura delle carni, oppure come cavalieri come sembra interpretarsi, ad esempio e sempre in maniera simbolica, la presenza di un morso equino.
In definitiva le tombe di Castellace parlano chiaramente il linguaggio delle popolazioni italiche che ben si inseriscono in quella temperie che portava, già allo scorcio del V secolo, autori come Platone a lamentarsi della barbarizzazione della Sicilia, legata quindi all’eccessiva presenza di popolazioni di origine osca e che, di lì a poco, avrebbe riguardato anche la nostra area. Nell’ambito di un fenomeno migratorio vero e proprio, con caratteristiche quindi di spostamento relativamente duraturo ed effettuato per via terrestre più che per via marittima, si potrebbe ipotizzare che Castellace, sia stato uno dei centri, in cui questi italici si sarebbero insediati stabilmente; così come a mercenari italici, ed in particolare a Mamertini, rimanda il resoconto di Alfio sul percorso che questi avrebbero effettuato, ricalcando la via seguita da Eracle nella discesa lungo la penisola fino in Sicilia, e su una loro sosta in quella parte della “Silae silvae”, prima dell’attraversamento dello Stretto.
È comunque carica di significato l’ipotesi che forse proprio il santuario di Eracle, possa aver costituito, per questi gruppi, uno dei motivi che hanno presieduto alla scelta del luogo ed un elemento di forte attrazione, strettamente connesso alla viabilità terrestre alle economia dell’allevamento e della selva. Da quest’area alcuni avrebbero proseguito per arrivare in Sicilia mentre i futuri Tauriani, quelli attestati dalle fonti letterarie, epigrafiche ed oggi anche dall’archeologia, si sarebbero distribuiti lungo la valle del Métauros andando ad occupare , oltre il sito di Castellace, almeno altri due abitati, verosimilmente di non grandi estensioni, quale quello costiero di Taurianum dove le indagini hanno portato alla luce anche qui la prima fase di occupazione brettia tra fine IV e inizi III e, all’interno alle falde dell’Aspromonte, quello di Mella, la Mamertion straboniana dove, pur in mancanza di strutture e stratigrafie, si rinvengono materiali di IV-III secolo.
Sulla scorta della documentazione raccolta, la valle del Métauros viene a configurarsi come un'area dove registriamo importanti fasi del processo di formazione dell'ethnos dei Brettii, “bilingues” e “anthropon pantachothen migadon” ossia “uomini di cultura mista di origine diversa”, frutto della commistione tra l’elemento indigeno, autoctono, sopravvissuto soprattutto nelle aree interne, montane, e i nuovi arrivi lucani o comunque in generale di lingua osca. Verosimilmente è nell’arco della prima guerra punica e nel breve spazio della sua conclusione - comunque prima dell’inizio della II guerra punica - che il territorio subisce una ristrutturazione e una completa riorganizzazione incentrata ora sugli abitati urbani di Taureana e di Mella. È evidente pertanto che i fattori che per molti secoli avevano sostenuto questa permanenza assegnando, nella strutturazione di questo comprensorio, un ruolo fondamentale a Castellace, con il III secolo vengano a cessare, contestualmente al consolidarsi o al proporsi del nuovo sistema insediativo che, a partire dal periodo della guerra annibalica, vide i Tauriani entrare in rapporto con Roma che, come ci informano le fonti e ci documentano i materiali, dovette ben apprezzare la defezione da Annibale, consentendone poi il rientro, come ci ricorda Livio - in fidem populi romani.
Il persistere a Castellace di un’occupazione stabile, verosimilmente fino alla guerra annibalica, ma caratterizzata da precisi momenti di ridefinizione dei diversi abitati, indicano il sito come un elemento fondamentale nella comprensione dei processi insediativi di questo territorio: dall’occupazione stabile prima indigena e poi italica - in una complessa relazione con elementi culturali allogeni, dal mondo egeo-epirota durante l’età del bronzo a quello greco di età arcaica e classica - fino a subire, verosimilmente, un processo di ruralizzazione nella nuova e più organica riorganizzazione di tutto il comprensorio ad opera dei Tauriani, il populus brettio che nel II secolo stabilisce due nuovi capisaldi territoriali con la rifondazione del centro urbano di Mella, all’interno, e di quello di Taureana, sulla costa.
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