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Pompei

vai alla pagina Tempio di Venere Scavo 2007

Campania. Pompei (NA)
Direzione: Emmanuele Curti

Pompei è senza dubbio il sito archeologico di età romana più noto e fra i più indagati: sin dagli anni della sua scoperta, alla metà del XVIII secolo, il sito è stato oggetto di innumerevoli studi, considerata la peculiarità del suo stato di conservazione. Il fatto di poter analizzare dati provenienti da una città ‘congelatasi’ nell’anno 79 d.C., ha attratto una straordinaria schiera di studiosi, che hanno esplorato il centro urbano nei suoi infiniti aspetti.
Se oggi siamo in grado di capire meglio i meccanismi del funzionamento di una città antica, molto lo si deve proprio allo studio di Pompei non solo per le sue fasi finali di vita, ma anche per i livelli di età arcaica, classica ed ellenistico/repubblicana.
Se si considera la sterminata bibliografia su Pompei, risulta comunque interessante notare come la stragrande percentuale della ricerca si sia concentrata sui settori interni alle mura (i luoghi pubblici, ma in particolare l’edilizia privata). Questo interesse specifico per l’edilizia privata appare in qualche modo ovvio: sin da quando la città fu liberata dalle ceneri – rispettando quasi religiosamente i limiti delle mura della città -, le case pompeiane hanno saputo offrire un patrimonio quasi incomparabile per la comprensione della dimensione privata dell’antica vita quotidiana. Si pensi solamente alla ricchezza delle pitture murarie, grazie alle quali sono stati organizzati il sapere e la tipologia delle pitture antiche romane. La passione per le case è continuata e continua anche nei giorni nostri: da una parte c’è la necessità obbiettiva da parte della Soprintendenza Archeologica di favorire progetti di ricerca in questo settore, per ragioni anche di preservazione e conservazione. Dall’altra c’è ancora specificatamente un genuino interesse per questa particolare dimensione della città, grazie al quale si sono sviluppati negli ultimi anni nuovi trends delle discipline storico/archeologico, utilizzando il caso di Pompei come laboratorio per la verifica di ipotesi sulle dimensioni antropologico/sociali della città romana.
Bisogna però riconoscere che queste ricerche hanno sviluppato una veduta ‘parziale’ della città, come se tutto ruotasse solamente intorno alla dimensione privata o comunque sempre e solo all’interno delle mura: la città antica vive anche e soprattutto del suo rapporto con il territorio circostante e, più in generale, con il mondo esterno.
Da questo punto di vista, poco ancora è stato fatto per indagare quelle aree immediatamente esterne alla città, che, pur trovandosi topograficamente al di fuori della linea delle mura, svolgono un ruolo cruciale per la sopravvivenza della città stessa.
Ed è proprio partendo da queste sommarie considerazioni, che è nata l’idea di esplorare alcuni di questi settori.

Il problema del porto
In questa prospettiva, uno dei luoghi cruciali è senza dubbio l’antico porto della città: come sappiamo dalle fonti antiche (in particolare da Strabone V 4, 8, ma si veda anche Liv. IX 38, 2, Plin. N.H. III 62, Stat. Silv. I 2. 265, Flor. I 11, 6, Columella De re rustica, X 135) esso doveva svolgere un ruolo particolarmente importante nella gestione di ogni forma di rapporto commerciale fra Pompei, il fertile entroterra campano ed il Mediterraneo. La funzione economica e politica di Pompei stessa, ma anche delle città interne come Nola, Nocera ed Acerra – delle quali, come dice Strabone, Pompei era l’epineion (porto) – non potrebbero essere capite a pieno senza un’esame attento della struttura del porto .
Dal Settecento ad oggi, molti sono stati i tentativi di localizzare l’area portuale della città: se genericamente molti avevano ipotizzato nel passato – senza peraltro svolgere studi dettagliati – di cercarlo appena al di fuori di Porta Marina (vista la presenza di una banchina con una serie di blocchi di ormeggio), negli ultimi anni si è diffusa l’ipotesi che andasse localizzato altrove. In particolare uno studio recente di J-P.Descoudres (Università di Ginevra) ha, per la prina volta, tentato di dimostrare l’assenza del porto a ridosso della città per situarlo in un’area ben più a sud di Pompei.
Senza entrare nei dettagli della questione, ho ritenuto che quest’ultima ipotesi, fondata su di un’interpretazione alquanto errata di frammentari dati archeologici e geologici disponibili, sia del tutto erronea. Non sono stati infatti realizzati interventi sistematici di scavo – per esempio non è ancora stato compiuto alcun tipo di sondaggio nella supposta ‘nuova’ area del porto -, sono stati presi in considerazione risultati di prospezioni geologiche molto limitati, ma fondamentalmente, non si è voluto affrontare il problema del porto attraverso un’esame più generale del suo rapporto con la città e con il gigantesco patrimonio di informazioni che già possediamo. Per fare un semplice esempio, la presenza della banchina con blocchi di ormeggio, una volta scartata l’ipotesi che il porto si trovasse in questa zona, viene considerata come inspiegabile.
Dopo avere svolto un’analisi iniziale dei vari dati disponibili e dopo aver condotto una campagna di ricognizione geofisica nella zona sud-ovest di Pompei al di fuori della linea delle mura - progetto finanziato dalla British Academy (settembre 2000) -, sono arrivato alle seguenti preliminari considerazioni:
• Partendo dalle fonti letterarie, appare quasi evidente che la città di Pompei fosse in diretto contatto con il porto e la laguna formata dal fiume Sarno – lungo il quale navi e/o barche risalivano per servire l’entroterra campano. Diventa quindi difficile ipotizzare l’esistenza di un porto ad una certa distanza del centro cittadino: dobbiamo inoltre ricordare che non esiste alcun caso conosciuto nell’antichità di un porto fluviale che non sia in stretto contatto e sotto diretto controllo del centro urbano, data la sua importanza strategica in rapporto al complesso urbano, sia da un punto di vista economico che militare.
• L’assenza di ritrovamenti archeologici nell’area immediatamente a sud-ovest di Pompei – coincidenza alquanto curiosa vista la grande quantità di materiali sporadici trovati su tutto il territorio pompeiano – crea significativamente una zona ‘franca’. Questa potrebbe coincidere con quanto emerge dalla lettura delle fonti letterarie, cioè di un sistema di porto fluviale che utilizza la presenza della laguna formata dal fiume Sarno, il cui corso, precedentemene all’eruzione (il fiume fu poi canalizzato nel XIX sec.), doveva scorrere molto più in prossimità della città stessa. In questo caso si renderebbe necessaria una serie di prospezioni geologiche sistematiche – purtroppo ancora assenti – su tutta la zona in questione.
• La rete viaria di Pompei e il sistema di porte lungo la cinta muraria rivelano un vuoto inspiegabile nella zona compresa fra porta Marina e porta Stabia: nel caso dovessimo presupporre un porto a qualche chilometro a sud del nucleo più antico della città – la c.d. Altstadt - risulterebbe alquanto anti-economico nella prospettiva di Pompei la mancata realizzazione di un sistema viario con accesso diretto al porto.
• La banchina con blocchi di ormeggio al di fuori di porta Marina appartiene senza dubbio ad un contesto portuale (tipologicamente questo tipo di blocchi è presente solo in ambienti portuali o alla sommità di strutture di teatri o anfiteatri, per innalzare coperture, attività tradizionalmente svolta, è importante sottolineare, da marinai addetti alle vele). L’idea per una possibile interpretazione della sua funzione è scaturita dalla visione di affreschi in alcune terme e case a ridosso di questa area, dove sono rappresentate scene di battaglie navali e navalia (porti militari). Gli studiosi tendono a dimenticare che per il periodo precedente a quello augusteo, momento in cui verranno poi creati i due grandi porti militari di Miseno e Ravenna, ogni città costiera doveva rifornire lo stato romano di navi militari. Era indispensabile quindi creare nella zona portuale un’area riservata ai navalia, tipologicamente – come emerge dalle stesse pitture e dall’unico caso noto archeologicamente nel Mediterraneo, la città greca di Oeniadai - caratterizzati dalla presenza di una rampa sulla quale venivano portate a secco le navi militari, prassi che veniva sistematicamente rispettata per una miglior mantenimento di navi solo sporadicamente utilizzate. Nel nostro caso, dovremmo quindi presupporre una rampa di almeno una quarantina di metri, appena al di sotto del livello della banchina.
• La presenza, mai documentata in pianta, di una serie di horrea (magazzini) al di sotto della piattaforma del tempio di Venere e in tutta l’area limitrofa, costruiti a ridosso l’uno dell’altro – come a cercare di sfruttare al massimo un’area ristretta – fa pensare all’esistenza di un’area indiscutibilmente legata ad attività commerciali. Nell’intervento da me coordinato nel settembre 2000, si è inoltre verificata, attraverso un sondaggio geofisico, l’esistenza di altri horrea al di sotto di quelli visibili. Considerata l’assenza in quella zona di porte della città e/o di sistemi di comunicazione viaria, sembra naturale pensare che questa zona dovesse essersi sviluppata intorno ad altre strutture di ‘approdo’ agli horrea. In questo caso la presenza di un porto commerciale diverrebbe automaticamente la soluzione più logica.
• La stessa presenza del tempio di Venere (datato nelle forme attualmente visibili ad un rifacimento di età sillana e il cui orientamento è spesso stato motivo di discussione visto che volge le spalle al centrocittadino) potrebbe divenire finalmente comprensibile considerata la natura stessa del culto, presente lungo tutta la costa tirrenica (ma in generale lungo tutto il Mediterraneo orientale) a protezione di scali marittimi. Il tempio assumerebbe quindi una funzione cruciale, fra sacro e profano, nel gestire il rapporto fra il mondo esterno e quello civico di Pompei.
• La supposta area portuale, in età preromana, doveva probabilmente interessare anche la fascia a ridosso del c.d. Foro Triangolare, noto per la presenza di un tempio greco di fine VI sec.a.C.: anche in questo caso il luogo caratterizzato da elementi culturali di tipo greco ai limiti del nucleo più antico della città e nei pressi dell’area portuale potrebbe definirsi in maniera più chiara se interpretato come emporio, come dimostrano gli innumerevoli casi sparsi lungo tutte le coste del Mediterraneo: si trattarebbe dunque di una zona di mediazione e di attività commerciali sotto la protezione del sacro.
• La probabile presenza di un culto di Nettuno in località Bottaro, testimoniata da un’iscrizione e dal rinvenimento di una stipe votiva – molto più a nord della zona identificata recentemente con quella del porto – si può spiegare solo se in immediata vicinanza allo scalo portuale. In questo caso, dovremmo quindi presuppore un’apertura della laguna verso il mare in questa zona.
• Un ulteriore dato emerso da queste ricerche preliminari riguarda l’edificio delle c.d. Terme del Sarno, a ridosso dell’area degli horrea: questa costruzione, unica nel suo genere a Pompei per le dimensioni (realizzato su cinque livelli) e per la posizione (sembra essere l’unico edificio con passaggio diretto, attraverso una galleria, dalla zona esterna alla zona interna delle mura), è stata tradizionalmente considerato come complesso con funzione di bagno termale – nonostante gli ambienti termali stessi occupino una parte limitatissima nell’impianto generale. La presenza di una serie di peculiarità (fra le quali la galleria stessa controllata da cancellate, il numero elevato di ambienti, il ritrovamento di tavolette inscritte cerate relative all’acquisto di schiavi, la presenza di passaggi strettamente controllati, una serie di graffiti ‘anomali’), mi ha invece spinto a proporre una interpretazione diversa per la sua funzione originale: si tratterebbe di un horreum-magazzino per schiavi. L’ipotesi, ancora in fase di studio, farebbe luce sulle dinamiche di uno dei mercati più proficui dell’età antica, quello degli schiavi per l’appunto: l’edificio potrebbe rappresentare l’unico caso conosciuto di spazio utilizzato per lo ‘stoccaggio’ - termine adatto se si pensa al concetto antico di schiavo/merce – di schiavi, ivi raccolti e ripuliti dopo essere stati scaricati dalle navi, prima di essere portati via per la loro vendita. Anche in questo caso, se l’ipotesi si rivelasse fondata, sarebbe un ulteriore conferma sulla natura emporica della zona.
Tutti gli elementi sopra riportati inducono quindi a presupporre l’esistenza di un porto fluviale/lagunare a ridosso dell’area sud-ovest di Pompei: l’area portuale, fortemente rimodellata dopo la fondazione della colonia sillana (post 89 a.C.), doveva inoltre suddividersi, per il periodo pre-augusteo, in una zona commerciale (sotto il tempio di Venere) e in una zona militare (fuori porta Marina). I risultati di queste prime indagini sono fra l’altro state già presentate in due conferenza internazionali (International Roman Archaeological Conference, Glasgow 31 marzo 2001 e Selling People. Trade and Slavery, British School of Rome, Roma 28 giugno 2001, di prossima pubblicazione), dove hanno raccolto un entusiastico consenso.

Le ragioni del progetto
Queste ipotesi potranno essere solo confermate attraverso uno studio di vasta portata considerate la scala dell’intervento. Qui di seguito esporrò alcune delle ragioni, a sottolineare ulteriormente l’importanza di tale progetto:
• Si tratterebbe del primo caso di studio sistematico di un porto dell’Italia antica: sfortunatamente ancora oggi poco si conosce del funzionamento degli scali marittimi antichi – da un punto di vista non solo strutturale ma più genericamente economico -, luoghi cruciali (sin dall’età arcaica) nella creazione e nella gestione dei rapporti delle comunità locali con la realtà ‘internazionale’ in una prospettiva mediterranea.
• E’ evidente che se nelle fasi iniziali del progetto l’intervento si esamineranno principalmente le fasi tardo-repubblicane/imperiali, ci si augura di poter arrivare a livelli anche piu antichi. In questo caso, lo studio e lo scavo dell’area potrebbe aiutare a risolvere anche alcuni dei problemi legati alla comprensione della formazione del centro urbano. Pompei, al di là delle condizioni peculiari di conservazione, si è rivelato insediamento di grande interesse proprio perchè fra età arcaica ed ellenistico/medio-repubblicano si ritrova al centro di dinamiche di rapporti complessi fra varie etnie (Campani, Etruschi, Greci e infine i Romani). In questa prospettiva risulta evidente l’importanza dell’area privilegiata del contatto e dello scambio – il porto - per capire al meglio la natura e la complessità di questi rapporti.
• Una serie sistematica di prospezioni geologiche dell’area permetterà di chiarire – ci si augura definitivamente – la natura geomorfologica del sito antico di Pompei, chiarendo i limiti del letto del fiume Sarno, della laguna e della linea costiera.
• Attraverso un’analisi più dettagliata dell’area esterna a porta Marina, si potrà tentare di chiarire la supposta presenza di navalia: anche in questo caso, si potrebbero aggiungere dati alla nostra conoscenza della gestione delle flotte navali militari per il periodo pre-imperiale, aspetto tuttora quasi del tutto sconosciuto.
• L’area su cui comunque si concentreranno i lavori, sarà quella della zona della piattaforma del tempio di Venere: una volta preceduto alla catalogazione e studio delle strutture che emergono dal terreno – fra le quali anche la struttura della c.d. Villa Imperiale, un portico a ovest del tempio la cui funzione è sempre rimasta alquanto misteriosa e che potrebbe finalmente essere capita se vista in connessione con il porto - si procederà ad una serie pianificata di scavi, che permetterebbero di capire l’organizzazione dell’area portuale e della sua relazione con il complesso sacro del tempio di Venere.
• Le strutture visibili degli horrea mostrano considerevoli differenze per quanto riguarda la divisione e la dimensione degli spazi, riflettendo, molto probabilmente, funzioni diverse per lo stoccaggio di differenti prodotti: un’attenta analisi potrebbe aiutare a comprendere l’economia della gestione dei magazzini portuali e aprire nuove prospettive sulle forme del mercato antico. Inoltre, si intende procedere ad un nuovo studio dell’edificio delle c.d. Terme del Sarno, nell’ipotesi che si tratti di un horreum per schiavi; come già accennato, questo diverrebbe il primo caso conosciuto di edifici la cui esistenza era assolutamente necessaria per la gestione del mercato schiavile, ma dei quali tuttora non si sa nulla.
• Una volta arrivati alla fase di scavo, ci si prefigge di esplorare i depositi all’interno degli horrea: ci troveremmo in tal caso di fronte a contesti commerciali ‘fermi’ al momento immediatamente precedente all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. In tal caso, attraverso l’intervento di archeobotanici, si potrebbe procedere all’analisi dei contenuti e ricostruire la natura degli scambi commerciali per l’ultimo periodo di vita della città. Questa ricerca contribuirebbe a capire in maniera più dettagliata la vita economica della comunità pompeiana: si tratterebbe del primo studio sistematico sulla natura e qualità di prodotti legati all’attività commerciale e potrebbe anche far luce sulle produzioni dell’entroterra campano.
• Nel caso fosse confermata la natura portuale dell’area, è evidente che, ai limiti dell’area occupata dagli horrea, dovremmo aspettarci di rinvenire le strutture dei moli. In questo caso, a secondo della loro prossimità all’area demaniale sotto il controllo diretto della Soprintendenza, non è escluso che si possano anche rinvenire resti di imbarcazioni romane, scoperta che indiscutibilmente aggiungerebbe ulteriore affascinanti informazioni.
Mi auguro a questo punto di aver sottolineato le ragioni e l’importanza di questo progetto. Non solo per quanto riguarda il suo obbiettivo primario – il ritrovamento dell’area portuale di Pompei - , ma anche perchè tale ricerca permetterebbe di aggiungere nuove fondamentali informazioni per la comprensione dell’evoluzione dell’insediamento da un punto di vista urbanistico, sociale, economico e culturale. Come si è accennato nell’introduzione, si tratterebbe anche del primo progetto di grande portata– in più di duecentocinquanta anni di storia di scavi – di intervento in un’area della città esterna alle mura.

Il progetto oltre la dimensione accademica
E’ evidente anche che la portata del progetto è di notevoli proporzioni: l’area interessata dall’intervento è di grandi dimensioni, le problematiche di natura storica, economica, culturale, etc., sono alquanto complesse, il coinvolgimento interdisciplinare di vari esperti è vasto. Ma, come se non bastasse, l’obbiettivo non è solo quello di rispondere ad una ‘questione’, diciamo cosí, accademica: come appare evidente dalle immagini relative all’area del tempio di Venere, le condizioni delle strutture degli horrea sono alquanto precarie: a parte l’assenza di rilievi dettagliati degli edifici, è assolutamente indispensabile programmare, contemporaneamente alla fasi di studio, una serie di immediati interventi di preservazione e conservazione.
Inoltre la zona antistante il tempio di Venere è una delle aree di primo immediato contatto con l’afflusso turistico – si ricorda che Pompei rappresenta il ‘bene culturale’ più visitato in Italia, con una media annuale che supera i due milioni di visitatori all’anno -, ritrovandosi a poche decine di metri dell’accesso autostradale e immediatamente di fronte alle aree di parcheggio. Nell’area considerata si trova fra l’altro lo stabile del vecchio Antiquarium, abbandonato dopo il terremoto dei primi anni ’80: la Soprintendenza ha espresso il desiderio di effettuare lavori di riconsolidamento e restauro per riportarlo alla sua funzione museale, aspetto questo che non può essere ignorato al momento dello studio progettuale. Ne consegue che ogni tipo di attività svolta in questa area deve prendere in considerazione anche questi elementi, per ripianificare la sua fruizione e visibilità in chiave turistica.
Intervenire da un punto di vista solamente scientifico in quest’area senza prendere in considerazione tutti questi aspetti, rivelerebbe un approccio alquanto miope. E’ naturalmente compito della Soprintendenza assicurarsi che queste condizioni vengano garantite e soddisfatte: ma, la considerazione di queste dimensioni, che vanno in teoria oltre l’intervento strettamente accademico, dovrebbero divenire parte integrante delle responsabilità della figura dell’archeologo/accademico, il cui compito dovrebbe essere non solo quello di capire il passato, ma di gestire la sua eredità e ‘spiegare’ ai più i suoi significati e e la ragioni del suo essere in quanto bene della memoria collettiva.

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