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Pompei
Campania. Pompei (NA)
Direzione: Emmanuele Curti
Pompei è senza dubbio il sito archeologico
di età romana più noto e fra i più indagati:
sin dagli anni della sua scoperta,
alla metà del XVIII secolo,
il sito è stato oggetto di innumerevoli
studi, considerata la peculiarità del suo stato di
conservazione. Il fatto di poter analizzare dati provenienti da
una città ‘congelatasi’
nell’anno 79 d.C., ha attratto una straordinaria schiera
di studiosi, che hanno esplorato il centro urbano nei suoi infiniti
aspetti.
Se oggi siamo in grado di capire meglio i meccanismi del funzionamento
di una città antica, molto lo si deve proprio allo
studio di Pompei non solo per le sue fasi finali di vita, ma anche
per i livelli di età arcaica, classica ed ellenistico/repubblicana.
Se si considera la sterminata bibliografia
su Pompei, risulta comunque interessante notare come la stragrande
percentuale della ricerca si sia concentrata sui settori interni
alle mura (i luoghi pubblici, ma in particolare l’edilizia
privata). Questo interesse specifico per l’edilizia
privata appare in qualche modo ovvio: sin da quando la città
fu liberata dalle ceneri – rispettando quasi religiosamente
i limiti delle mura della città -, le case pompeiane hanno
saputo offrire un patrimonio quasi incomparabile per la comprensione
della dimensione privata dell’antica vita quotidiana. Si pensi
solamente alla ricchezza delle pitture
murarie, grazie alle quali sono stati organizzati il sapere
e la tipologia delle pitture antiche romane. La passione per le
case è continuata e continua anche nei giorni nostri: da
una parte c’è la necessità obbiettiva da parte
della Soprintendenza Archeologica di favorire progetti
di ricerca in questo settore, per ragioni anche di preservazione
e conservazione. Dall’altra
c’è ancora specificatamente un genuino interesse per
questa particolare dimensione della città, grazie al quale
si sono sviluppati negli ultimi anni nuovi trends delle discipline
storico/archeologico, utilizzando il caso di Pompei come laboratorio
per la verifica di ipotesi sulle dimensioni antropologico/sociali
della città romana.
Bisogna però riconoscere che queste ricerche hanno sviluppato
una veduta ‘parziale’ della
città, come se tutto ruotasse solamente intorno alla
dimensione privata o comunque sempre e solo all’interno delle
mura: la città antica vive anche e soprattutto del suo rapporto
con il territorio circostante e, più in generale, con il
mondo esterno.
Da questo punto di vista, poco ancora è stato fatto per indagare
quelle aree immediatamente esterne alla
città, che, pur trovandosi topograficamente al di
fuori della linea delle mura, svolgono un ruolo cruciale per la
sopravvivenza della città stessa.
Ed è proprio partendo da queste sommarie considerazioni,
che è nata l’idea di esplorare alcuni di questi settori.
Il problema del porto
In questa prospettiva, uno dei luoghi cruciali è senza dubbio
l’antico porto della città:
come sappiamo dalle fonti antiche
(in particolare da Strabone V 4, 8, ma si veda anche Liv. IX 38,
2, Plin. N.H. III 62, Stat. Silv. I 2. 265, Flor. I 11, 6, Columella
De re rustica, X 135) esso doveva svolgere un ruolo particolarmente
importante nella gestione di ogni forma di rapporto commerciale
fra Pompei, il fertile entroterra campano ed il Mediterraneo. La
funzione economica e politica di Pompei stessa, ma anche delle città
interne come Nola, Nocera ed Acerra – delle quali, come dice
Strabone, Pompei era l’epineion (porto) – non potrebbero
essere capite a pieno senza un’esame attento della struttura
del porto .
Dal Settecento ad oggi, molti sono stati i tentativi
di localizzare l’area portuale della città:
se genericamente molti avevano ipotizzato nel passato – senza
peraltro svolgere studi dettagliati – di cercarlo appena al
di fuori di Porta Marina (vista
la presenza di una banchina con una serie di blocchi di ormeggio),
negli ultimi anni si è diffusa l’ipotesi che andasse
localizzato altrove. In particolare uno studio recente di J-P.Descoudres
(Università di Ginevra) ha, per la prina volta, tentato di
dimostrare l’assenza del porto a ridosso della città
per situarlo in un’area ben più
a sud di Pompei.
Senza entrare nei dettagli della questione, ho ritenuto che quest’ultima
ipotesi, fondata su di un’interpretazione alquanto errata
di frammentari dati archeologici e geologici disponibili, sia del
tutto erronea. Non sono stati infatti realizzati interventi sistematici
di scavo – per esempio non è ancora stato compiuto
alcun tipo di sondaggio nella supposta ‘nuova’ area
del porto -, sono stati presi in considerazione risultati di prospezioni
geologiche molto limitati, ma fondamentalmente, non si è
voluto affrontare il problema del porto attraverso un’esame
più generale del suo rapporto con la città e con il
gigantesco patrimonio di informazioni che già possediamo.
Per fare un semplice esempio, la presenza della banchina con blocchi
di ormeggio, una volta scartata l’ipotesi che il porto si
trovasse in questa zona, viene considerata come inspiegabile.
Dopo avere svolto un’analisi iniziale
dei vari dati disponibili e dopo aver condotto una campagna
di ricognizione geofisica nella
zona sud-ovest di Pompei al di fuori della linea delle mura - progetto
finanziato dalla British Academy (settembre 2000) -, sono arrivato
alle seguenti preliminari considerazioni:
• Partendo dalle fonti letterarie,
appare quasi evidente che la città di Pompei
fosse in diretto contatto con il porto
e la laguna formata dal fiume Sarno – lungo il quale navi
e/o barche risalivano per servire l’entroterra campano. Diventa
quindi difficile ipotizzare l’esistenza di un porto ad una
certa distanza del centro cittadino: dobbiamo inoltre ricordare
che non esiste alcun caso conosciuto nell’antichità
di un porto fluviale che non sia in stretto contatto e sotto diretto
controllo del centro urbano, data la sua importanza strategica in
rapporto al complesso urbano, sia da un punto di vista economico
che militare.
• L’assenza di ritrovamenti
archeologici nell’area immediatamente a sud-ovest di Pompei
– coincidenza alquanto curiosa vista la grande quantità
di materiali sporadici trovati su tutto il territorio pompeiano
– crea significativamente una zona ‘franca’. Questa
potrebbe coincidere con quanto emerge dalla lettura delle fonti
letterarie, cioè di un sistema di porto fluviale che utilizza
la presenza della laguna formata dal fiume Sarno, il cui corso,
precedentemene all’eruzione (il fiume fu poi canalizzato nel
XIX sec.), doveva scorrere molto più in prossimità
della città stessa. In questo caso si renderebbe necessaria
una serie di prospezioni geologiche sistematiche – purtroppo
ancora assenti – su tutta la zona in questione.
• La rete viaria di Pompei
e il sistema di porte lungo la cinta
muraria rivelano un vuoto inspiegabile
nella zona compresa fra porta Marina e porta Stabia: nel
caso dovessimo presupporre un porto a qualche chilometro a sud del
nucleo più antico della città – la c.d. Altstadt
- risulterebbe alquanto anti-economico nella prospettiva di Pompei
la mancata realizzazione di un sistema viario con accesso diretto
al porto.
• La banchina con blocchi di ormeggio
al di fuori di porta Marina appartiene senza dubbio ad un
contesto portuale (tipologicamente questo tipo di blocchi è
presente solo in ambienti portuali o alla sommità di strutture
di teatri o anfiteatri, per innalzare coperture, attività
tradizionalmente svolta, è importante sottolineare, da marinai
addetti alle vele). L’idea per una possibile interpretazione
della sua funzione è scaturita dalla visione di affreschi
in alcune terme e case a ridosso di questa area, dove sono rappresentate
scene di battaglie navali e navalia (porti militari). Gli studiosi
tendono a dimenticare che per il periodo precedente a quello augusteo,
momento in cui verranno poi creati i due grandi porti militari di
Miseno e Ravenna, ogni città costiera doveva rifornire lo
stato romano di navi militari. Era indispensabile quindi creare
nella zona portuale un’area riservata
ai navalia, tipologicamente – come emerge dalle stesse
pitture e dall’unico caso noto archeologicamente nel Mediterraneo,
la città greca di Oeniadai - caratterizzati dalla presenza
di una rampa sulla quale venivano portate a secco le navi militari,
prassi che veniva sistematicamente rispettata per una miglior mantenimento
di navi solo sporadicamente utilizzate. Nel nostro caso, dovremmo
quindi presupporre una rampa di almeno una quarantina di metri,
appena al di sotto del livello della banchina.
• La presenza, mai documentata in pianta, di una serie di
horrea (magazzini) al di sotto della
piattaforma del tempio di Venere e in tutta l’area limitrofa,
costruiti a ridosso l’uno dell’altro – come a
cercare di sfruttare al massimo un’area ristretta –
fa pensare all’esistenza di un’area
indiscutibilmente legata ad attività
commerciali. Nell’intervento da me coordinato nel settembre
2000, si è inoltre verificata, attraverso un sondaggio geofisico,
l’esistenza di altri horrea al di sotto di quelli visibili.
Considerata l’assenza in quella zona di porte della città
e/o di sistemi di comunicazione viaria, sembra naturale pensare
che questa zona dovesse essersi sviluppata intorno ad altre strutture
di ‘approdo’ agli horrea. In questo caso la presenza
di un porto commerciale diverrebbe automaticamente la soluzione
più logica.
• La stessa presenza del tempio di
Venere (datato nelle forme attualmente visibili ad un rifacimento
di età sillana e il cui orientamento è spesso stato
motivo di discussione visto che volge le spalle al centrocittadino)
potrebbe divenire finalmente comprensibile considerata la natura
stessa del culto, presente lungo
tutta la costa tirrenica (ma in generale lungo tutto il Mediterraneo
orientale) a protezione di scali marittimi.
Il tempio assumerebbe quindi una funzione cruciale, fra sacro e
profano, nel gestire il rapporto fra il mondo esterno e quello civico
di Pompei.
• La supposta area portuale,
in età preromana, doveva
probabilmente interessare anche la fascia
a ridosso del c.d. Foro Triangolare, noto per la presenza
di un tempio greco di fine VI sec.a.C.: anche in questo caso il
luogo caratterizzato da elementi culturali di tipo greco ai limiti
del nucleo più antico della città e nei pressi dell’area
portuale potrebbe definirsi in maniera più chiara se interpretato
come emporio, come dimostrano gli innumerevoli casi sparsi lungo
tutte le coste del Mediterraneo: si trattarebbe dunque di una zona
di mediazione e di attività commerciali sotto la protezione
del sacro.
• La probabile presenza di un culto
di Nettuno in località Bottaro, testimoniata da un’iscrizione
e dal rinvenimento di una stipe votiva – molto più
a nord della zona identificata recentemente con quella del porto
– si può spiegare solo se in immediata vicinanza allo
scalo portuale. In questo caso, dovremmo quindi presuppore un’apertura
della laguna verso il mare in questa zona.
• Un ulteriore dato emerso da queste ricerche preliminari
riguarda l’edificio delle c.d. Terme
del Sarno, a ridosso dell’area degli horrea: questa
costruzione, unica nel suo genere a Pompei per le dimensioni (realizzato
su cinque livelli) e per la posizione (sembra essere l’unico
edificio con passaggio diretto, attraverso una galleria, dalla zona
esterna alla zona interna delle mura), è stata tradizionalmente
considerato come complesso con funzione di bagno
termale – nonostante gli ambienti termali stessi occupino
una parte limitatissima nell’impianto generale. La presenza
di una serie di peculiarità (fra le quali la galleria stessa
controllata da cancellate, il numero elevato di ambienti, il ritrovamento
di tavolette inscritte cerate relative all’acquisto di schiavi,
la presenza di passaggi strettamente controllati, una serie di graffiti
‘anomali’), mi ha invece spinto a proporre una interpretazione
diversa per la sua funzione originale: si tratterebbe di un horreum-magazzino
per schiavi. L’ipotesi, ancora in fase di studio, farebbe
luce sulle dinamiche di uno dei mercati più proficui dell’età
antica, quello degli schiavi per l’appunto: l’edificio
potrebbe rappresentare l’unico caso conosciuto di spazio utilizzato
per lo ‘stoccaggio’ - termine adatto se si pensa al
concetto antico di schiavo/merce – di schiavi, ivi raccolti
e ripuliti dopo essere stati scaricati dalle navi, prima di essere
portati via per la loro vendita. Anche in questo caso, se l’ipotesi
si rivelasse fondata, sarebbe un ulteriore conferma sulla natura
emporica della zona.
Tutti gli elementi sopra riportati inducono quindi a presupporre
l’esistenza di un porto fluviale/lagunare
a ridosso dell’area sud-ovest di Pompei: l’area
portuale, fortemente rimodellata dopo la fondazione della colonia
sillana (post 89 a.C.), doveva inoltre suddividersi, per il periodo
pre-augusteo, in una zona commerciale
(sotto il tempio di Venere) e in una zona
militare (fuori porta Marina). I risultati di queste prime
indagini sono fra l’altro state già presentate in due
conferenza internazionali (International Roman Archaeological Conference,
Glasgow 31 marzo 2001 e Selling People. Trade and Slavery, British
School of Rome, Roma 28 giugno 2001, di prossima pubblicazione),
dove hanno raccolto un entusiastico consenso.
Le ragioni del progetto
Queste ipotesi potranno essere solo confermate attraverso uno studio
di vasta portata considerate la scala dell’intervento.
Qui di seguito esporrò alcune delle ragioni, a sottolineare
ulteriormente l’importanza di tale progetto:
• Si tratterebbe del primo caso di
studio sistematico di un porto dell’Italia antica:
sfortunatamente ancora oggi poco si conosce del funzionamento degli
scali marittimi antichi – da un punto di vista non solo strutturale
ma più genericamente economico -, luoghi cruciali (sin dall’età
arcaica) nella creazione e nella gestione dei rapporti delle comunità
locali con la realtà ‘internazionale’ in una
prospettiva mediterranea.
• E’ evidente che se nelle fasi iniziali del progetto
l’intervento si esamineranno principalmente le fasi
tardo-repubblicane/imperiali, ci si augura di poter arrivare
a livelli anche piu antichi. In
questo caso, lo studio e lo scavo dell’area
potrebbe aiutare a risolvere anche alcuni dei problemi legati alla
comprensione della formazione del centro urbano. Pompei, al di là
delle condizioni peculiari di conservazione, si è rivelato
insediamento di grande interesse proprio perchè fra età
arcaica ed ellenistico/medio-repubblicano si ritrova al centro di
dinamiche di rapporti complessi fra varie etnie (Campani, Etruschi,
Greci e infine i Romani). In questa prospettiva risulta evidente
l’importanza dell’area privilegiata del contatto e dello
scambio – il porto - per capire al meglio la natura e la complessità
di questi rapporti.
• Una serie sistematica di prospezioni
geologiche dell’area permetterà di chiarire
– ci si augura definitivamente – la natura geomorfologica
del sito antico di Pompei, chiarendo i limiti del letto del fiume
Sarno, della laguna e della linea costiera.
• Attraverso un’analisi più dettagliata dell’area
esterna a porta Marina, si potrà tentare di chiarire
la supposta presenza di navalia: anche in questo caso, si
potrebbero aggiungere dati alla nostra conoscenza della gestione
delle flotte navali militari per il periodo pre-imperiale, aspetto
tuttora quasi del tutto sconosciuto.
• L’area su cui comunque si concentreranno i lavori,
sarà quella della zona della piattaforma
del tempio di Venere: una volta preceduto alla catalogazione
e studio delle strutture che emergono dal terreno –
fra le quali anche la struttura della c.d. Villa Imperiale, un portico
a ovest del tempio la cui funzione è sempre rimasta alquanto
misteriosa e che potrebbe finalmente essere capita se vista in connessione
con il porto - si procederà ad una serie
pianificata di scavi, che permetterebbero di capire l’organizzazione
dell’area portuale e della sua relazione con il complesso
sacro del tempio di Venere.
• Le strutture visibili degli horrea
mostrano considerevoli differenze per quanto riguarda la divisione
e la dimensione degli spazi, riflettendo, molto probabilmente, funzioni
diverse per lo stoccaggio di differenti prodotti: un’attenta
analisi potrebbe aiutare a comprendere
l’economia della gestione dei magazzini portuali e aprire
nuove prospettive sulle forme del mercato antico. Inoltre, si intende
procedere ad un nuovo studio dell’edificio
delle c.d. Terme del Sarno, nell’ipotesi che si tratti
di un horreum per schiavi; come già accennato, questo diverrebbe
il primo caso conosciuto di edifici la cui esistenza era assolutamente
necessaria per la gestione del mercato schiavile, ma dei quali tuttora
non si sa nulla.
• Una volta arrivati alla fase di
scavo, ci si prefigge di esplorare
i depositi all’interno degli horrea: ci troveremmo
in tal caso di fronte a contesti commerciali ‘fermi’
al momento immediatamente precedente all’eruzione del Vesuvio
del 79 d.C.. In tal caso, attraverso l’intervento di archeobotanici,
si potrebbe procedere all’analisi dei contenuti e ricostruire
la natura degli scambi commerciali per l’ultimo periodo di
vita della città. Questa ricerca contribuirebbe a capire
in maniera più dettagliata la vita economica della comunità
pompeiana: si tratterebbe del primo studio
sistematico sulla natura e qualità di prodotti legati all’attività
commerciale e potrebbe anche far luce sulle produzioni dell’entroterra
campano.
• Nel caso fosse confermata la natura portuale dell’area,
è evidente che, ai limiti dell’area occupata dagli
horrea, dovremmo aspettarci di rinvenire le strutture
dei moli. In questo caso, a secondo della loro prossimità
all’area demaniale sotto il controllo diretto della Soprintendenza,
non è escluso che si possano anche rinvenire resti
di imbarcazioni romane, scoperta che indiscutibilmente aggiungerebbe
ulteriore affascinanti informazioni.
Mi auguro a questo punto di aver sottolineato le ragioni e l’importanza
di questo progetto. Non solo per quanto riguarda il suo obbiettivo
primario – il ritrovamento dell’area portuale di Pompei
- , ma anche perchè tale ricerca permetterebbe di aggiungere
nuove fondamentali informazioni per la comprensione dell’evoluzione
dell’insediamento da un punto di vista urbanistico, sociale,
economico e culturale. Come si è accennato nell’introduzione,
si tratterebbe anche del primo progetto di grande portata–
in più di duecentocinquanta anni di storia di scavi –
di intervento in un’area della città esterna alle mura.
Il progetto oltre la
dimensione accademica
E’ evidente anche che la portata
del progetto è di notevoli proporzioni: l’area
interessata dall’intervento è di
grandi dimensioni, le problematiche
di natura storica, economica, culturale, etc., sono alquanto complesse,
il coinvolgimento interdisciplinare
di vari esperti è vasto.
Ma, come se non bastasse, l’obbiettivo non è solo quello
di rispondere ad una ‘questione’, diciamo cosí,
accademica: come appare evidente dalle immagini relative all’area
del tempio di Venere, le condizioni delle strutture degli horrea
sono alquanto precarie: a parte l’assenza di rilievi dettagliati
degli edifici, è assolutamente indispensabile
programmare, contemporaneamente alla fasi di studio, una
serie di immediati interventi di preservazione
e conservazione.
Inoltre la zona antistante il tempio di
Venere è una delle aree di primo immediato contatto con l’afflusso
turistico – si ricorda che Pompei rappresenta il ‘bene
culturale’ più visitato in Italia, con una media annuale
che supera i due milioni di visitatori all’anno -, ritrovandosi
a poche decine di metri dell’accesso autostradale e immediatamente
di fronte alle aree di parcheggio. Nell’area considerata si
trova fra l’altro lo stabile del vecchio Antiquarium, abbandonato
dopo il terremoto dei primi anni ’80: la Soprintendenza ha
espresso il desiderio di effettuare lavori di riconsolidamento e
restauro per riportarlo alla sua funzione museale, aspetto questo
che non può essere ignorato al momento dello studio progettuale.
Ne consegue che ogni tipo di attività svolta in questa area
deve prendere in considerazione anche questi elementi, per ripianificare
la sua fruizione e visibilità in chiave turistica.
Intervenire da un punto di vista solamente scientifico in quest’area
senza prendere in considerazione tutti questi aspetti, rivelerebbe
un approccio alquanto miope. E’ naturalmente compito della
Soprintendenza assicurarsi che queste condizioni vengano garantite
e soddisfatte: ma, la considerazione di queste dimensioni, che vanno
in teoria oltre l’intervento strettamente accademico, dovrebbero
divenire parte integrante delle responsabilità della figura
dell’archeologo/accademico, il cui compito dovrebbe essere
non solo quello di capire il passato, ma di gestire la sua eredità
e ‘spiegare’ ai più i suoi significati e e la
ragioni del suo essere in quanto bene della memoria collettiva.
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